La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 27

Sembra già pronto per un remake americano “Un bon avocat”, il film del regista francese Tristan Séguéla passato oggi tra i fuori concorso. Perché custodisce un meccanismo drammaturgico perfetto, per tempi, situazioni, svolte e digressioni. Gli avvocati brillanti e debosciati sono un classico del cinema e adesso delle serie tv, basterebbe pensare all’americana “The Lincoln Lawyer” o alla nostra “L’avvocato Ligas”. Il parigino Léonard Landry è fatto della stessa materia: geniale, carismatico, intuitivo. Solo che è cocainomane e alcolizzato, infatti, dopo una prima sequenza adrenalinica nella quale si muove contemporaneamente tra due udienze diverse, crolla a terra davanti al giudice col sangue dal naso e confezioni di polvere bianca. Il tutto al suono di un classico dei R.E.M. ovvero “Everybody Hurts”.

Cambio di scena: in cura coatta per disintossicarsi, si crede subito “clean and sober” e quindi costringe i medici a dimetterlo. Ha bisogno di lavorare, anche per pagare qualche debito con malavitosi poco pazienti, sicché finisce, insieme al remissivo tirocinante Noé che usa come un autista, in un caso clamoroso, da prima pagina: riguarda una multinazionale francese, la Varenne, accusata di utilizzare bande armate in Africa per spaventare e uccidere chi protesta contro i suoi impianti.

A passo di danza, Séguéla pedina Léonard e Noé nelle loro scorribande sempre a un passo dal precipizio, con il primo ossessionato all’idea di ricadere nelle antiche abitudini e il secondo che fa di tutto perché il suo boss non lo faccia. Intanto succedono cose da far tremare le vene e i polsi, incluso un viaggio in Africa, mentre s’avvicina la data del processo cruciale…

Laurent Lafitte è un attore duttile e dal fisico imponente, perfetto nel ruolo dell’incasinato penalista, e bene funzionano Mélanie Laurent e Carole Bouquet sul versante femminile; ma il migliore in campo forse è Anthony Bajon, che fa Noé, già notato nel thriller poliziesco “Maldoror”.

Chissà se “Un bon avocat” verrà comprato per distribuirlo in Italia. Di sicuro completa il discorso che ho fatto ieri sulla indiscutibile superiorità del cinema francese rispetto al nostro: in ogni genere.

Michele Anselmi