L’angolo di Michele Anselmi

Si chiama “The Mustang”, è un film franco-belga ma non sorprende che abbia coprodotto Robert Redford: in anni lontani fu, al cinema, “l’uomo che sussurrava ai cavalli”. Su Netflix, da qualche tempo, danno questa storia squisitamente americana scritta e diretta nel 2019 da una regista francese, già attrice, classe 1983: Laure de Clermont-Tonnerre. Nel frattempo la stessa cineasta ha girato una nuova versione di “L’amante di Lady Chatterley”, che viene proposta sempre da Netflix, almeno così mi pare di ricordare.
“The Mustang” è un film di tipo carcerario, ma con un sapore particolare. Perché quei famosi cavalli nordamericani, alti al garrese non più di 150 centimetri, veloci e potenti, di manto pezzato spesso molto bello, sono insieme i protagonisti e i comprimari di questa vicenda. “Mustang” è anche il nome di una mitica auto sportiva costruita dalla Ford nel 1964; e un mustang era il purosangue che il cowboy Viggo Mortensen, nel film “Hidalgo – Oceano di fuoco”, sul finire dell’Ottocento portava con sé fino in Arabia per vincere una squassante e redditizia corsa di cavalli.
Qui, invece, siamo in un carcere nel mezzo del deserto, tra Arizona e California, ai giorni d’oggi, dove vengono addestrati, per rivenderli in genere alle polizie di vari Stati, i mustang allo stato brado catturati con l’aiuto di elicotteri. C’è un programma di riabilitazione, ma il detenuto Roman Coleman, o forse Coleman Roman, il che è motivo di sfottò, non ha nessuna voglia di parteciparvi. È dietro le sbarre da dodici anni per aver ridotto la moglie a un vegetale, parla malvolentieri con la figlia Martha che gli chiede di firmare alcuni documenti, è un uomo irascibile e taciturno, forse irrecuperabile al consesso civile.
Ma il vecchio addestratore Myles, che gestisce con una certa libertà quel programma, vede in lui qualcosa di buono: sicché il galeotto, dopo aver preso a pugni il riottoso mustang a lui assegnato, comincia a osservare quel cavallo, ribattezzato Marquis, con occhi diversi, come se l’uno si rispecchiasse nell’altro. E mi fermo qui, perché accadono tante cose, belle e brutte, nel corso dei 96 minuti.
Sorprende come Laure de Clermont-Tonnerre gestisca, con mano sicura ma senza rinunciare a un pizzico di sensibilità femminile, il tosto materiale in bilico tra due filoni: il western e il carcerario. Il film è teso, nervoso, un senso di minaccia grava sulla possibile redenzione di quell’omaccione con la tuta arancione pronto a spezzarsi come una corda di violino, mentre gli eventi sembrano volgere al peggio in vista dell’asta.
Il belga Matthias Schoenaerts, classe 1977, è un attore capace di incarnare i personaggi più diversi, ha presenza fisica, padronanza dell’inglese e senso della tragedia: qui si ha quasi paura a vederlo quando Roman s’incavola; l’americano Bruce Dern, classe 1936, è stato fuorilegge in non so quanti western e qui, ormai vecchio e malandato, sembra portare qualcosa della sua cine-gioventù nel ruolo di Myles.
Magari, scorrendo il menù di Netflix, avrete scartato “The Mustang”: invece merita una visita, anzi una cavalcata.

Michele Anselmi