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“Un divano a Tunisi”: dura la vita per Freud (cosa c’entra Mina?)

L’angolo di Michele Anselmi 

Che cosa ci fanno due vecchie canzoni di Mina in “Un divano a Tunisi”, film franco-tunisino che segna l’esordio alla regia della cineasta Manele Labidi Labbé? Nulla, un po’ di colore: perché “Città vuota” e “Io sono quel che sono”, peraltro missate a un volume esagerato, suonano solo come una strizzatina d’occhio, diciamo un omaggio a una certa Italia che fu, in stile Almodóvar.
Francamente mi aspettavo qualcosa di più dalla commedia che arriva giovedì 8 ottobre, causa lockdown che ne impedì l’uscita a marzo, distribuita dalla Bim. L’idea però è carina, spiritosa, a forte intensità metaforica. Dopo la caduta del presidente Zine El-Abidine Ben Ali, avvenuta nel gennaio 2011, quella che sembra una promettente “primavera araba” consiglia alla trentacinquenne Selma Derwich, cresciuta a Parigi e con cittadinanza francese, di tornare nella sua Tunisi per esercitare il lavoro di psicoanalista.
“Noi abbiamo Dio, non ci servono queste cazzate” è il primo commento che le rovesciano addosso, ma lei è tosta, determinata, con un forte senso delle radici arabe. Sicché compra una sbidonata Peugeot, affitta una mansarda e piazza lì il divano evocato dal titolo che le servirà per le terapie di mezz’ora.
Naturalmente la giovane donna, emancipata, moderna, coi capelli ricci, i jeans e le camicette aperte sul seno, viene vista come “una straniera”, pure una minaccia. Un poliziotto che gira travestito da sbirro americano, benché attratto da lei, rema contro tirando in ballo ridicole faccende burocratiche; e intanto anche i suoi pazienti, all’inizio incuriositi dalla novità, cominciano a scarseggiare, forse scoraggiati dalle autorità.
L’intento della regista, immagino non troppo amata dai suoi connazionali se hanno visto il film, è di sorridere delle contraddizioni tipiche di molti Paesi nordafricani in bilico tra rigurgiti di fondamentalismo islamico e modelli di comportamento squisitamente occidentali. Il tono generale è tra buffo e malinconico, con qualche allusione cupa; a un certo punto, quando Selma sembra crollare in pieno deserto, spunta una provvidenziale Jaguar guidata da un signore barbuto e compito, silenzioso, che fuma il sigaro: e non ci vuole molto a capire che la fantasia rimanda alla fotografia di Freud col fez rosso piazzata in casa a mo’ di padre spirituale.
Le parti migliori, secondo me, riguardano le sedute di terapia, un po’ alla maniera di “In Treatment”, con i pazienti più strani (un gay con la passione di travestirsi, la proprietaria di un salone di bellezza, un imam triste licenziato perché senza barba…) pronte a confessarsi a quella strizzacervelli venuta da Parigi. Lei è l’iraniana Golshifteh Farahani, classe 1983, brava attrice, poliglotta, ex fidanzata di Louis Garrel, apprezzata anche a Hollywood: insomma una star, e naturalmente la commedia le è stata cucita addosso dalla prima all’ultima inquadratura.

Michele Anselmi

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