L’angolo di Michele Anselmi 

Se vi piace Mark Rylance, quello straordinario attore inglese che abbiamo visto in tanti film, be’ consiglio di non perdere “The Outfit”. Lo danno su Sky. Trattasi di un’opera prima del 2022, scritta e diretta dallo sceneggiatore americano Graham Moore, non saprei dire se uscita fugacemente nei cinema italiani. In trent’anni e passa di carriera, Rylance, classe 1960, ha incarnato i personaggi più diversi: da “Intimacy” di Chéreau a “Il ponte delle spie” di Spielberg, da “Dunkirk” di Nolan al recente “Bones and All” di Guadagnino, solo per dirne alcuni. Magro, calvo, l’espressione del viso tra ambigua e dolce, una voce soave disciplinata al sorriso, l’attore si produce in “The Outfit” in una notevole prova di impianto teatrale. Ci sono sei personaggi in tutto, ma accadono molti fatti in questa storia quasi in tempo reale, da “tutto in una notte”, interamente girata dentro il laboratorio di un sarto nella Chicago natalizia del 1956.
Leonard Purling è un “taylor” inglese vecchio stile, anzi “un cutter”, un tagliatore, come ribadisce, cresciuto a Savile Row, dove si confezionano i migliori abiti da uomo del mondo. A Chicago approdò per sfuggire alla tirannia dei blue jeans in gran voga anche a Londra, ed eccolo, come ogni mattina, entrare nel suo negozio, dopo una nevicata. L’uomo è preciso, metodico, un chirurgo del taglio. L’aiuta, come segretaria, una bella ragazza del quartiere, Mable, dai capelli rossi, grintosa. Lei vuole scappare da lì, andarsene a Parigi. Lui vorrebbe che lei prendesse in mano l’attività. E intanto scopriamo che due uomini in cappotto e Borsalino suonano spesso alla sua porta, entrano senza salutare, aprono una specie di cassetta della posta chiusa con un lucchetto, ritirano dei pacchetti e se ne vanno.
Chi sono? Gangster. Richie e Francis: il primo figlio di un boss della mafia irlandese, Roy Boyle, al quale il sarto deve molto, il secondo guardaspalle e sicario della banda. Purling, sempre dedito a tagliare tessuti, rifinire asole, cucire bottoni, non fa domande: nulla vuole sapere, ma a suo modo fa parte della “famiglia”.
“The Outfit” è un titolo allusivo: perché in inglese significa “abbigliamento”, in linea col lavoro del sarto, ma così fu chiamata anche l’organizzazione criminale di mutuo soccorso inventata da Al Capone prima di finire in carcere. Infatti c’è di mezzo il duplicato di una preziosa audiocassetta registrata dall’Fbi, tale da demolire il potere di Boyle, e quel pacchetto, che fa gola a molti, è finito proprio nella sartoria a causa di una “talpa”…
Fotografato all’antica da Dick Pope e scandito dalle calde note jazz di Alexandre Desplat, “The Outfit” è un film al chiuso che si apre alle continue svolte di un copione ingegnoso, pure lambiccato, dove forse non tutto torna: ma l’idea è di confondere lo spettatore. A tratti, nel clima generale, Moore sembra citare “Nodo alla gola” di Hitchcock, anche se il vero enigma riguarda proprio Purling: come riesce ad essere così calmo e metodico tra cadaveri, sparatorie, pugni e minacce?
“This isn’t art, this is craft” teorizza il sarto, britannico fino al midollo, e se cita Oscar Wilde nessuno lo capisce. Ma Purling, così preso dalle sue stoffe rare, dai suoi modelli perfetti, soprattutto dalle sue forbicioni da taglio, sarà davvero uno che non cerca rogne?
Consiglio la versione originale coi sottotitoli perché l’inglese sussurrato da Purling e quello urlato dai gangster sono due mondi a parte, e anche lì sta il gioco, forse non nuovo ma insinuante, sul quale Moore costruisce la sua partitura, come si diceva, di impianto teatrale.
Rylance è come sempre magnifico, basterebbe osservarlo mentre stira o cuce, con imperturbabile freddezza; ma anche gli altri cinque attori principali non sfigurano. Sono: Zoey Deutch, Dylan O’Brien, John Flynn, Simon Russell Beale e Nikka Amuka-Bird.
PS. Per la cronaca: leggo che quel tipo di audiocassette sarebbero state inventate dieci anni dopo. Ma l’Fbi di Hoover aveva tutto prima…

Michele Anselmi