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“Una classe per i ribelli”. La lotta delle classi (cioè delle scuole) in un film da vedere

L’angolo di Michele Anselmi 

Diciamo la verità: bisogna un po’ sforzarsi di non pensare allo sventurato professore Samuel Paty, decapitato a Conflans da un diciottenne islamista in seguito a una “fatwa”, per apprezzare appieno “Una classe per i ribelli”, il bel film di Michel Leclerc che esce giovedì 22 ottobre distribuito dalla “Satine” di Claudia Bedogni. E tuttavia anche nella commedia francese, che risale al 2019, si evocano i “terroristi” capaci di infiltrarsi nelle scuole, per uccidere o sequestrare; lo fa in un contesto agrodolce, parlando anche d’altro, cioè dei paradossi di un multiculturalismo che talvolta non regge alla prova del “politicamente corretto”.
Il titolo originale recita “La lutte des classes”, più sottile e ambiguo di quello italiano, perché gioca sull’equivoco tra classi scolastiche e classi sociali. Il regista cinquantacinquenne, autore del copione insieme a Baya Kasmi, deve aver portato qualcosa di personale nel raccontare questa storia ambientata a Bagnolet, un comune di 35mila abitanti alla periferia di Parigi. Lì si trasferiscono Sofia e Paul, con i loro due figli: lei è un’avvocata di origine magrebina, avvenente e moderna; lui è un ex comunista disoccupato, da sempre batterista in un gruppo punk ormai invecchiato (non lascia mai il suo “chiodo”). La coppia non sposata è ultra-laica, irriverente, non credente, di sinistra, schierata contro ogni pregiudizio di colore e religione, coltiva l’orto comune insieme ai vicini di casa e naturalmente ha spedito il figlio più piccolo, Corentin detto Coco, alla scuola media pubblica del quartiere, la “Jean Jaurès”, dal nome del grande politico socialista di fine Ottocento.
Solo che in classe il ragazzo è l’unico “bianco”, sia pure con una parte araba presa dalla mamma, e così la situazione si complica. “Tutti miei compagni di scuola sono qualcosa. Noi che cosa siamo?” chiede Corentin ai suoi genitori, specie dopo che alcuni compagni di classe gli hanno assicurato che andrà all’inferno perché non crede in Dio. Risultato: il piccolo, sentendosi emarginato, si butta in una vasca per dirsi battezzato e cattolico. E a quel punto, mentre sembra crescere l’ostilità verso il tenero “bamboccio sbiadito”, i due genitori meditano di fare ciò che mai avrebbero pensato di fare: iscriverlo a una scuola privata, la prestigiosa “Saint Benoît”.
I ribelli evocati dal titolo sono ovviamente i due genitori: così sicuri del proprio “credo” alternativo, all’insegna dell’integrazione, da non accorgersi dei danni che, con le migliori intenzioni, stanno provocando al figlioletto e a loro stessi. Il film, affollato di personaggi azzeccati, dal vicino ebreo tradizionalista all’insegnante ossessionata dal linguaggio, Paul e Sofia con sguardo sincero e affettuoso, descrivendo i loro maldestri tentativi di restare fedeli a sé stessi, mentre le cose si fanno complicate e complesse (infatti la donna mostrerà segni di impazienza, anche a causa del matrimonio mai celebrato).
I due “bobos”, noi diremmo radical-chic, sono bene incarnati da Leïla Bekhti e Edouard Baer, lei già apprezzata in “7 uomini a mollo”; e naturalmente sono dipinti apposta così, in modo da risultare emblematici di un certo pensiero progressista nel loro muoversi tra il buffo e il generoso. Semmai convince meno il finale, costruito su una sorpresa a effetto che spariglia i giochi; anche se il messaggio arriva nitido, apprezzabile: spesso sono i grandi a rovinare tutto, perché i piccoli, a loro modo, sanno trovare un equilibrio fraterno anche nelle diversità.

Michele Anselmi

 

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