La Mostra di Michele Anselmi / 12
Avvertenza: mi pare incongruo ogni paragone con la madre snaturata milanese che poche settimane fa ha lasciato morire la figlioletta di 18 mesi, lasciandola sola in casa sette giorni, per raggiungere il fidanzato a Bergamo. Eppure anche in “Saint-Omer” si parla di infanticidio, partendo da un caso di cronaca avvenuto nella Francia del 2016 per poi riflettere sui temi della maternità. La regista esordiente Alice Diop, classe 1979, ha girato un film che potrebbe piacere alla presidente di giuria Julianne Moore. Sapremo sabato sera: già l’anno scorso la Francia vinse il Leone d’oro, sicché il bis pare improbabile, e tuttavia…
Tribunale della cittadina Saint-Omer (il titolo viene da lì). La giovane Laurence Coly, donna di origine senegalese, colta e capace di esprimersi nel migliore francese, è imputata per aver abbandonato la figlia Lili, appena quindici mesi, sulla battigia, di notte, in attesa dell’alta marea, cagionandone la morte per affogamento. La scrittrice Rama, anch’essa di madre senegalese, vuole scrivere un instant-book sul processo, in una chiave di rivisitazione del mito greco, da chiamare “Medea naufragata” (il titolo pare troppo sofisticato all’editore); ma la donna è turbata, presa da pensieri e rovelli, benché abbia un compagno musicista bianco che le vuole bene e la cerchi al telefono durante la trasferta. Rama è bella, magra, con i capelli raccolti in treccine: non si vede che è incinta di quattro mesi e non sa cosa fare.
Girato spesso a camera fissa, un po’ come la trasmissione televisiva “Un giorno in pretura”, con la presidente della Corte che fa puntuali domande a Laurence, tra testimonianze, deposizioni e interventi degli avvocati, “Saint Omer” maneggia un argomento delicato e sgradevole con notevole sensibilità. L’infanticida rivela di essere stata costretta, per mantenersi, a sposare un maturo uomo bianco, anaffettivo ed egoista, ma non cerca la complicità della giuria, sa di rischiare l’ergastolo. Voleva diventare una filosofa, le piace studiare Wittgenstein, nonostante le perplessità della becera insegnante; e tuttavia spesso si contraddice su quella maledetta sera, tira perfino in ballo la “stregoneria”, insomma avrebbe ucciso la piccola per sottrarla alla “malvagità del mondo”, certo alla solitudine abissale da lei patita.
A un certo punto appare una lunga sequenza da “Medea” di Pasolini, protagonista Maria Callas, prima che l’avvocata della difesa si produca in un’arringa appassionata e profonda (“Noi donne siamo chimere, dei mostri terribilmente umani”), tale da far vacillare la coscienza di tutti i presenti. Il film non dice nulla sulla sentenza, lascia la vicenda in sospeso, ma l’insondabile mistero di quella vicenda porterà finalmente un po’ di pace nella vita di Rama, il senso di una maternità accettata e non temuta. Le interpreti sono tutte brave, specialmente Kayije Kagame, Guslagie Malanda, Valérie Dréville e Aurélia Petit, purtroppo il film sfodera qualche belluria estetizzante nell’epilogo al suono di “Little Girl Blue” di Nina Simone. Uscirà nelle sale con Minerva Pictures.
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Se “Saint-Omer” parla di maternità dolorosa, l’inglese “The Son” è incentrato sui tormenti della paternità. Porta la firma di Florian Zeller, il drammaturgo francese che s’è fatto apprezzare con “The Father – Nulla è come sembra”, prima capitolo di una trilogia che finirà con “The Mother”. Il figlio in questione è l’adolescente Nicholas, depresso, isolato e arrabbiato: non va a scuola da un mese e le sue braccia sono piene di cicatrici da coltello. Il ragazzo vive con la madre Kate, ormai incapace di gestirlo, sicché il ricco ex marito Peter, nel frattempo risposatosi con la più giovane Beth che gli ha dato un figlio, decide di prenderlo in casa. Per aiutarlo, provare a rinsaldare un legame mai coltivato, anche per senso di colpa. Riuscirà nell’intento di salvarlo?
Una vecchia legge del cinema dice che se a un certo punto compare una pistola, prima o poi sparerà. Qui c’è un vecchio fucile da caccia di mezzo, ma è lo stesso. L’andamento drammaturgico appare prevedibile ma anche lo stile di regia non brilla, nonostante il cast ricolmo di star: Hugh Jackman senza artigli, Laura Dern, Vanessa Kirby, il giovane Zen McGrath e Anthony Hopkins in partecipazione speciale (la scena migliore). Il dramma familiare è cupo, anzi cupissimo, tuttavia sul tema s’è visto di meglio.
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Meglio l’americano, fuori concorso, “Dreamin’ Wild”, ispirato a una storia vera. Il regista Bill Pohlad ama i racconti a sfondo musicale, così dopo “Love & Mercy” su Brian Wilson, il cervello dei Beach Boys, eccolo trarre da un articolo di giornale la bizzarra parabola dei fratelli Donnie e Joe Emerson, da Fruitland, Stato di Washington. Nel 1979, l’uno quindicenne e l’altro diciassettenne, incisero coi soldi del papà agricoltore un lp intitolato appunto “Dreamin’ Wild”. Nessuno se lo filò, ma circa trent’anni dopo un ripescaggio fortuito, partito in rete dal Montana, li catapulta al centro dell’attenzione mediatica. Un talent-scout fa ripubblicare l’album, un giornalista del “New York Times” li intervista, una tournée con band di supporto è alle porte.
Tutto molto americano, se non fosse che Donnie, il vero musicista e polistrumentista tra i due, non ha più tanta voglia di cantare quelle canzoni che appartengono a una fase remota della sua vita; mentre tutti, a partire dai suoi familiari, spingono per cavalcare l’onda. Arduo dilemma da risolvere.
In bilico tra il 1979 e il 2011, il film procede per flashback giovanili, tentazioni facili e legami di famiglia. Tutto suona un po’ scontato, a tratti strappalacrime, ma echeggiano belle canzoni, tra le quali “When I Paint My Masterpiece” di Bob Dylan. Casey Affleck, pure coproduttore, incarna il sofferente Donnie, Walton Goggins il fratello batterista dai denti troppo bianchi, Beau Bridges, fratello maggiore di Jeff, è il farmer generoso che s’indebitò per permettere ai figli di coronare il loro sogno artistico.