L’angolo di Michele Anselmi
Avvertenza: continuo a ritenere incongruo ogni paragone con la madre snaturata milanese, Alessia Pifferi, che lo scorso luglio ha lasciato morire la figlioletta di 18 mesi, abbandonandola sola in casa sette giorni, per raggiungere il fidanzato a Bergamo. Eppure anche in “Saint Omer” si parla di infanticidio, partendo da un caso di cronaca avvenuto nella Francia del 2016 per poi riflettere sui temi della maternità. Scritto e diretto dalla documentarista Alice Diop, classe 1979, il film è uscito dalla Mostra di Venezia 2022 con ben due riconoscimenti, il Gran premio della giuria e il Leone del futuro; da oggi, giovedì 8 dicembre, è nelle sale distribuito da Medusa per Minerva Pictures. Tema forte, anche delicato.
Tribunale della cittadina francese Saint-Omer (il titolo viene da lì, anche se non si capisce perché togliere il trattino). La giovane Laurence Coly, donna di origine senegalese, colta e capace di esprimersi nel migliore francese, è imputata per aver abbandonato la figlia Lili, appena quindici mesi, sulla battigia, di notte, in attesa dell’alta marea, cagionandone la morte per affogamento. La scrittrice Rama, anch’essa di madre senegalese, vuole scrivere un instant-book sul processo, in una chiave di rivisitazione del mito greco, da chiamare “Medea naufragata”, anche se il titolo pare troppo sofisticato all’editore; ma la donna è turbata, presa da pensieri e rovelli, benché abbia un compagno musicista bianco che le vuole bene e la cerchi al telefono durante la trasferta. Rama è bella, magra, con i capelli raccolti in treccine: non si vede che è incinta di quattro mesi e non sa cosa fare.
Girato spesso a camera fissa, un po’ come la trasmissione televisiva “Un giorno in pretura”, con la presidente della Corte che fa puntuali domande a Laurence, tra testimonianze, deposizioni e interventi degli avvocati, “Saint Omer” maneggia un argomento delicato e sgradevole con notevole sensibilità. L’infanticida rivela di essere stata costretta, per mantenersi, a sposare un maturo uomo bianco, anaffettivo ed egoista, ma non cerca la complicità della giuria, sa di rischiare l’ergastolo. Voleva diventare una filosofa, le piace studiare Wittgenstein, nonostante le perplessità della becera e classista insegnante; e tuttavia spesso si contraddice su quella maledetta sera, tira perfino in ballo la “stregoneria”, insomma avrebbe ucciso la piccola per sottrarla alla “malvagità del mondo”, certo alla solitudine abissale da lei patita.
A un certo punto appare una lunga sequenza da “Medea” di Pasolini, protagonista Maria Callas, prima che l’avvocata della difesa si produca in un’arringa appassionata e profonda (“Noi donne siamo chimere, dei mostri terribilmente umani”), tale da far vacillare la coscienza di tutti i presenti. Il film non dice nulla sulla sentenza, lascia la vicenda in sospeso, ma l’insondabile mistero di quella vicenda porterà finalmente un po’ di pace nella vita di Rama, il senso di una maternità accettata e non temuta. Le interpreti sono tutte brave, specialmente Kayije Kagame, Guslagie Malanda, Valérie Dréville e Aurélia Petit, purtroppo il film sfodera qualche belluria estetizzante nell’epilogo al suono di “Little Girl Blue” di Nina Simone. Ma è un peccato veniale, perché “Saint Omer” merita, specie se lo trovate in lingua originale coi sottotitoli, ma non sarà facile.
Michele Anselmi