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Una risata (compulsiva) vi seppellirà tutti. “Joker” risuola il cattivo

L’angolo di Michele Anselmi

Leone d’oro un mese fa alla Mostra di Venezia, “Joker” porterà, salvo sorprese, Joaquin Phoenix dritto verso l’Oscar. La sua è una di quelle interpretazioni – estreme, dolenti, camaleontiche – che molto piacciono ai signori dell’Academy; e bisogna riconoscere che il giovanotto è bravo, s’impadronisce del film, se lo cuce addosso, e non lo molla più.
L’idea? Da antagonista a deuteragonista, infine la promozione a protagonista assoluto. Succede al clown psicopatico che un tempo in Italia chiamavamo “il Jolly” e ora è per tutti “Joker”, senza articolo. Il film, scritto e diretto da Todd Phillips, sì quello della popolare serie buffa/alcolica “Una notte da leoni”, sfonda i confini del genere “Dc Comics” e pesca in una dimensione autonoma, facendo di quel personaggio, uno dei “cattivi” più noti al mondo per via del ghigno ridanciano e del look coloratissimo, un disadattato tragicamente infelice. Per la serie: “Una risata (compulsiva) vi seppellirà”.
In tanti, nei decenni, si sono misurati con Joker, nelle chiavi più diverse, rendendolo sempre più folleggiante e crudele. Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger, Jared Leto… Ma Joaquin Phoenix li supera tutti. Specializzato in ruoli tosti, l’attore ha perso non so quanti chili per farsi “skinny”, più ossuto che magro, così da rendere il suo Arthur Fleck un relitto d’uomo ai margini della società, costretto a vivacchiare conciato da clown per strada o negli ospedali. Un tipo “strano”, che mette a disagio, ma in fondo buono, dedito a occuparsi della madre malata con la quale vive in un palazzo tristissimo.
Naturalmente Fleck sogna di fare lo “stand-up comedian” alla Lenny Bruce, ma i suoi monologhi non fanno mai ridere, benché lui sia condannato a sghignazzare sonoramente nei momenti più inopportuni per via di un incontrollabile disturbo psichico.
Siamo naturalmente a Gotham City, anche se il futuro Batman, cioè Bruce Wayne, è solo un ragazzino, non ancora orfano. Che antefatto sarebbe, sennò? Diciamo solo, per non rivelare troppo della vicenda trapunta di colpi di scena, che Fleck si muove in una metropoli riportata agli anni Settanta, dove l’immondizia non raccolta ha fatto proliferare i topi e la miseria crescente rende il clima sociale infuocato. Quando tre giovani riccastri lo pestano senza ragione, il pagliaccio li stende con il revolver donatogli da un “collega”; e a quel punto, mentre la città si interroga sul killer con la faccia da clown, Fleck comincia ad andare via di testa, trasformandosi in Joker. L’invito a comparire nel popolare show televisivo di Murray Franklin, una specie di David Letterman, offrirà il destro per la mutazione completa.
Incuriosisce il procedimento usato dal regista. Il quale immerge i personaggi in una grana fotografica da poliziesco anni Settanta, giallognola e notturna, citando molto Scorsese, da “Taxi Driver” a “Re per una notte”, omaggiando a sorpresa il Chaplin di “Tempi moderni”, recuperando sul piano musicale “That’s Life” di Frank Sinatra e “White Room” dei Cream, ma senza dimenticare gli obblighi narrativi del cosiddetto spin-off, in modo che lo spettatore possa ricollegare questo Joker così inedito alla saga di Batman (l’azione si ferma al 1981, mentre al cinema furoreggia la parodia “Zorro mezzo e mezzo”).
Alla fine l’iconografia tradizionale viene rispettata, sicché ci si ritrova di fronte a un “arci-cattivo” che balla, sfotte, delira, che insegua una sua sfida personale alla società avida e classista, stretto nel suo completo rosso ruggine con panciotto arancione, i capelli verdastri, il ghigno vermiglio sul viso ricoperto di biacca.
Phoenix è insieme spaventoso e commovente, condannato ad essere infelice, quindi bravissimo (nella versione italiana, risata isterica a parte, è doppiato da Adriano Giannini); ma non è da meno Robert De Niro, che fa del suo tronfio “anchorman”, sicuro di potere trasformare tutto in ascolti televisivi, un bersaglio perfetto. Il film sarà nelle sale dal 3 ottobre con Warner Bros.
PS. “Joker” è un gran bel film, non ci piove. Ma il Leone d’oro, credo, sarebbe dovuto andare a “J’accuse” di Roman Polanski. Purtroppo una scelta impossibile a causa della chiacchierona e prevenuta Lucrecia Martel presidente di giuria (il vero errore della Mostra 2019).

Michele Anselmi

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