L’angolo di Michele Anselmi 

Fossi stato Alberto Barbera, il direttore della Mostra di Venezia, l’avrei messo in concorso, al posto di almeno due dei cinque titoli italiani. Ma non sono Barbera e quindi “Siccità” di Paolo Virzì, un mesetto fa, è stato sistemato tra i “fuori concorso”. Adesso esce nelle sale, giovedì 29 settembre, con Vision Distribution, cioè Sky che coproduce con WildSide, e c’è da augurarsi che trovi un suo pubblico in vista del ravvicinato passaggio sulla piattaforma.
Il regista livornese è già al lavoro sul seguito di “Ferie d’agosto”, per fortuna di nuovo scritto con lo storico collaboratore Francesco Bruni, ma intanto ecco, nell’Italia non più arsa da una siccità che sembrava non finire mai, questa commedia apocalittica e un po’ “distopica” (si dice così, no?) proiettata in un futuro prossimo venturo, assai ravvicinato.
Sono aridi, ma non nel senso di quella martellante pubblicità su un tè freddo, tutti o quasi i personaggi del film, scritto a otto mani da Virzì insieme a Paolo Giordano, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. Laa storia parte con una visione impressionante realizzata grazie ai prodigiosi effetti digitali: il Tevere prosciugato, disseccato, ridotto a una distesa di terra gialla e puteolente, tra massi, carcasse di auto, residui vari e topi che ballano. Non piove da tre anni sulla Capitale, l’acqua è razionata (cinque litri al giorno per ciascuno), le forze dell’ordine reprimono con durezza chi ne fa un uso scellerato, ma in un resort di lusso gestito da biechi affaristi sembra che l’emergenza idrica non esista: piscina enorme, fontane zampillanti, scorte infinite.
In questo contesto Virzì, a quattro anni dal deludente “Notti magiche”, fa muovere in una chiave corale abbastanza tradizionale, con i destini che si sfiorano o si intrecciano, una quindicina di personaggi, tra buffi, tragici e infelici. Il tutto immerso in una luce accecante, sabbiosa, giallastra, mentre le blatte infestano le case e dilagano sui marciapiedi.
Il carcerato Silvio Orlando, per un disguido, si ritrova fuori da Rebibbia, spaesato, e vorrebbe solo rientrare come Totò in “Dov’è la libertà?” , ma prima deve rintracciare qualcuno di caro; l’autista Valerio Mastandrea combatte con una sonnolenza insidiosa mentre a bordo della sua Lancia ascolta i blues e parla con i fantasmi dei genitori e di un presidente del Consiglio che si uccise; la dottoressa ospedaliera Claudia Pandolfi avverte che c’è una nuova pandemia nell’aria, letale, ma intanto non sa come salvare il matrimonio con l’avvocato immaturo Vinicio Marchioni; l’idrologo veneto Diego Ribon, severo e implacabile con Roma, si fa risucchiare dagli agi quiriti e crolla di fronte alla venustà della diva del cinema Monica Bellucci; l’attore sfigato Tommaso Ragno si sente un guru social, lascia messaggi “ecologici”, senza accorgersi che la moglie Elena Lietti fa la cassiera per racimolare qualche soldo; l’ex commerciante Max Tortora sopravvive da barbone dentro l’auto insieme al cagnolino, pietendo qualche comparsata nei tg; l’infermiera incinta Sara Serraiocco fa i conti con il marito frustrato e manesco Gabriel Montesi, preso come body-guard dalla ricca Emanuela Fanelli, considerata la figlia scema di un cinico imprenditore; e non sono finiti qui, perché ci sono pure i giovani Sara Lazzaro e Ludovico Succio. E intanto, nell’incrociarsi non casuale delle esistenze, tutti sembrano invocare una pioggia salvifica. Arriverà?
La partitura è affollata, alla maniera di Virzì, tra affondi dialettali, crudezze esistenziali, soprassalti emotivi, omaggi impertinenti (il regista coreano Bong Joon-ho, gli scrittori Annie Ernaux e Paulo Coelho); quanto alla confezione, mi pare smaltata: fotografia di Luca Bigazzi, musiche di Franco Piersanti, montaggio di Jacopo Quadri.
Più che ai tanti film di fantascienza sui temi della siccità viene da pensare al recente “Don’t Look Up!” di Netflix, per un certo gusto sarcastico/feroce nel descrivere questa umanità allo sbando, malata di vanità, mitomania, rabbia, avviata alla dissoluzione morale; ma forse è solo un caso, e del resto le storie corali, da “L’ingorgo” a “L’aria serena dell’Ovest”, da “America oggi” a “Magnolia”, si assomigliano un po’ tutte.
Semmai si può rimproverare a Virzì di aver pigiato troppe cose dentro, perfino papa Francesco che parla alle folle dei fedeli assetati o la nascita di un nuovo Messia evocata da quella ragazza incinta sull’asinello con accanto un giovane barbuto: quasi ad affollare di suggerimenti spirituali (mistici?) l’affresco torvo su una metropoli che sta morendo di sonno e di sete.

Michele Anselmi