Per ben 17 anni, dal 1978 al 1995, i cittadini degli Stati Uniti sono stati terrorizzati dal misterioso Unabomber, la cui identità era sconosciuta. Ted Kaczynski, questo il nome dell’assassino, aveva il modus operandi di spedire per posta ordigni esplosivi, causando morti e feriti. È uscito su Netflix il 25 settembre “Unabomber”, diretto da Janus Metz Pedersen. Non è la prima opera dedicata al criminale di origine polacca (è sempre di Netflix la miniserie “Manhunt: Unabomber”), ma certo adotta una prospettiva particolare. Invece di ricostruirne la vita in ordine cronologico, infatti, alterna due linee temporali: il periodo della sua adolescenza, e gli ultimi anni dell’indagine che ne portano all’arresto. Nel 1958 Ted (Jacob Tremblay) ha 16 anni, ma è già iscritto all’università di Harvard, dove studia matematica. Ragazzo prodigio, anche molto sensibile, vorrebbe in realtà diventare un filosofo. Viene così attirato a partecipare ad un esperimento, tenuto dal professore Murray (Russell Crowe), in cui dovrà dibattere di filosofia con un altro studente. Tale esperimento, però, si rivela uno studio poco etico finanziato dalla CIA. Più di trenta anni dopo, l’FBI dà la caccia al misterioso killer degli esplosivi, ma non fa che incappare in vicoli ciechi. Un giorno, però, si presenta all’agente Joanna Miller (Shailene Woodley) un uomo, convinto che Unabomber possa essere suo fratello. Gli altri agenti sono convinti che quella pista sia l’ennesimo abbaglio, ma la Miller persevera con le sue indagini: si rivelerà ben presto nel giusto. Le effettive attività criminali di Ted sono mostrate molto poco, poiché qui ci si concentra sul prima e sul dopo. Come l’FBI, ne facciamo conoscenza un passo alla volta, sperando di capire le ragioni che lo hanno portato alla delinquenza seriale. Motivazioni senza dubbio complesse nella realtà, ma che qui vengono eccessivamente semplificate. La regia si attiene alla storia, senza guizzi stilistici, mentre la colonna sonora, di tensione e stridente, rammenta continuamente, forse troppo, l’appartenenza del film al genere thriller. Il problema più grande dell’opera è però proprio la tesi alla base: che gli esperimenti subiti in adolescenza, ai quali viene dedicato ampio spazio, siano causa diretta dei suoi crimini, ciò che ha trasformato un bravo ragazzo in un mostro. Una correlazione che è solo un’ipotesi da avvocati difensori, mai verificata nella realtà. Così il professor Murray e la CIA divengono gli unici antagonisti della storia, e siamo invece portati ad empatizzare con l’assassino. Meccanismi che certo si verificano in biopic simili, ma è necessario attenersi ai fatti, per non trasformare la comprensione in giustificazionismo. Sarebbe stato interessante entrare nella psicologia del vero Kaczynski, un individuo contorto, che porta avanti una battaglia contro scienza e tecnologia, colpevoli di togliere la libertà. Per questo i suoi bersagli prediletti sono professori universitari, dirigenti di industrie e compagnie aeree. Punti a favore del film sono le scenografie, che riprendono fedelmente i luoghi reali di Unabomber, e la recitazione del giovane Tremblay (l’ex bambino di “Room”), che rende bene il mix di sentimenti di calma, alienazione e rancore del protagonista.

Martina Genovese