A 100 anni dalla nascita di Ugo Tognazzi (Cremona, 23 marzo 1922) esce per Gremese un volume sulla carriera cinematografica, televisiva e teatrale del grande attore. Ne abbiamo parlato con l’autore, il critico Ignazio Senatore.

Come hai lavorato a questo volume che oltre ad analizzare il lavoro di Tognazzi è anche uno studio sul periodo più ricco del nostro cinema?
Ignazio Senatore: Il volume, arricchito dalla prefazione di Pupi Avati, da più di 800 fotografie e dai contributi di attori, attrici e registi che hanno lavorato con l’attore cremonese, propone le schede con dei commenti critici di tutti i film di Tognazzi, a partire dalle numerose commedie girate negli anni Sessanta. La svolta della carriera di Tognazzi avviene con “Il federale” di Salce dove interpreta Primo Arcovazzi, fanatico della dottrina fascista e graduato delle camicie nere, che sogna di diventare federale. Sulla stessa scia, “La marcia su Roma” di Dino Risi, due pellicole che rileggono criticamente il ventennio fascista. Ma già ne “La voglia matta” di Salce, Tognazzi veste i panni di un trentanovenne industriale milanese che “perde la testa” per Francesca (Catherine Spaak), una sedicenne dal visino candido, sveglia e pre-sessantottina. Da allora Tognazzi veste i panni di personaggi sempre diversi da loro. Tra i film da segnalare “Il magnifico cornuto” e “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli, “Il commissario Pepe” e “La terrazza” per la regia di Scola, “Amici miei” e “Romanzo popolare” di Monicelli.

Oltre ai grandi film che ha interpretato, Tognazzi ha avuto una invidiabile carriera in televisione così come in teatro. Possiamo parlarne?
I.S.: Tognazzi ha segnato la storia della televisione italiana con il suo irridente e provocatorio programma “Un, due e tre” al fianco di Raimondo Vianello che fu poi censurato dai notabili democristiani e smontato perché colpevoli di aver ironizzato nei confronti di Gronchi, l’allora Presidente della Repubblica italiana. Meno ricca la carriera teatrale perché Tognazzi essendo richiestissimo al cinema, con i suoi 149 film, saltellava da un set all’altro.

Quale credi sia il regista che ha meglio valorizzato Tognazzi?
I.S.: Per la regia di Dino Risi ha interpretato dei film cult “I mostri”, “Straziami ma di baci saziami”, “La stanza del vescovo” e “In nome del popolo italiano”. Attore feticcio del geniale Marco Ferreri è stato da lui diretto nello “scandaloso” “Una storia moderna: l’ape regina”, film che scatenò all’uscita le proteste dei bigotti e dei benpensanti dell’epoca per la dissacrante rappresentazione di una donna che, invece di abbracciare l’idea di essere un ubbidiente angelo del focolare, si sposa soltanto per mettere al mondo un figlio. Per la regia ancora di Ferreri il dissacrante “La donna scimmia” con al fianco Annie Giradot, “Marcia nuziale”, “L’harem” e il cialtronesco “La grande abbuffata”. Ma, forse, le sue pellicole più toccanti sono quelle che ha interpretato con Pupi Avati: imperdibili, infatti, il poetico “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” e lo struggente “Ultimo minuto”.

Quale credi fosse la peculiarità di Tognazzi come attore? Cosa lo distingueva dai colleghi Manfredi, Gassman e Sordi?
I.S.: Nella sua lunga carriera Tognazzi ha sempre scelto personaggi controcorrente. Quale attore italiano avrebbe interpretato “Il petomane” di Pasquale Festa Campanile, “Il vizietto” di Eduard Molinaro, il macellaio de “La proprietà non è più un furto” di Elio Petri? Più di mille parole, a sintetizzare la sua luminosa carriera una sua dichiarazione: “Il mio equilibrio è il mio squilibrio. Finché ho degli squilibri all’interno della famiglia, nei confronti del lavoro, sento di vivere una vita che mi è congeniale. Appena entro in quello che per prassi si chiama equilibrio, allora mi sento perso”.