La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 29

Verdetto tutto politico alla 83esima Mostra di Venezia, così almeno a me pare, da parte della giuria presieduta con mano sicura e sensibile dall’attrice e regista americana Maggie Gyllenhaal. Perché politico? Perché tutti i film premiati, a partire dal magnifico danese “Woman Unknown”, destinatario del Leone d’oro, custodiscono un denso significato, tra politico e sociale, legato alle storie narrate.

Se l’anno scorso il presidente Alexander Payne aveva premiato i suoi amichetti americani, la collega ha saputo stavolta alzare lo sguardo per segnalare film dei più diversi Paesi, il che non guasta mai in una Mostra che voglia dirsi internazionale. “Woman Unknown”, uno dei miei preferiti in assoluto, ma questo conta poco o niente, fa il bis conquistando – capita di rado – anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile andata alla straordinaria Mathilde Arcel.

Ha ragione la regista danese May el-Toukhy, sostanzialmente l’unica in concorso, quando ricorda che il suo film, ambientata nel secondo Dopoguerra a Copenaghen, «parla del corpo delle donne come campo di battaglia e soprattutto delle donne che non hanno voce». Un grido di dolore contro «la de-umanizzazione», e forse non è un caso che anche i due registi israeliani di ”Naza”, Rachel Szork e Yuval Abraham (al film è andato Il Premio speciale della giuria), abbiano parlato di de-umanizzazione dei palestinesi in atto oggi nel loro Paese. «Non è facile essere qui, i politici israeliani stanno attaccando il nostro film senza averlo visto, eppure solo in questi ultimi giorni almeno sei bambini sono stati uccisi a Gaza dall’esercito. È importante che gli israeliani vedano questo film, si sta facendo di tutto per negare la realtà di un massacro sistematico». Sento già gli strepiti di Mariarosa Mancuso su “il Foglio”.

Lo so: il gran favorito della vigilia era “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh, in effetti tra i più belli della selezione, ma un altro Leone d’oro americano sarebbe suonato eccessivo, giusta quindi la scelta di premiare con la Coppa Volpi maschile John Malkovich, che scolpisce il memorabile ritratto di un agente della Cia, cinico e malato, nei giorni del golpe contro Allende, nel 1973. L’attore, non al Lido per un impegno di lavoro, ha mandato un video nel quale s’è presentato praticamente in pigiama, anche se ora diranno che indossava una camicia elegantissima col colletto blu.

Gli altri premi? Eccoli. Migliore sceneggiatura: “Un bon petit soldat” di Stéphane Brizé, sui meccanismi forsennati di mobbing dentro una grande impresa assicurativa francese. Leone d’argento per la migliore regia: “Dau” del russo Ilya Khrzhanovsky, il quale però è detestato dal regime putiniano e infatti ha dedicato il premio al popolo ucraino che lotta «per la sua libertà e la sua vittoria». Leone d’argento Gran premio speciale della giuria: “Possible Love” del coreano Lee Chang-dong, una storia agra, con un versante sentimentale, sulla triste condizione umana di chi ha perso il lavoro e pencola verso la depressione. Premio Mastroianni: Malou Khebizi per il francese “15/18”, ambientato in un Centro d’igiene mentale per adolescenti. Migliore opera prima (100 mila dollari sborsati da Aurelio De Laurentiis): “La maison di vent” di Auguste Bernard Kouemo Yanghu.

Immagino che a Rai Cinema siano piuttosto incavolati. Avevano cinque film in concorso, tra i quali “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, alla Mostra dopo 37 anni, ma neanche un premiuccio di consolazione. In compenso può dirsi felice Riccardo Scamarcio, premiato come migliore attore della sezione Orizzonti per il notevole “I figli della scimmia” che sarà distribuito da Medusa.
Al solito, il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha detto un sacco di cavolate prendendo la parola alla fine: ma non sorprende, non ha capito ancora che il suo ruolo prescrive sobrietà e misura.

Michele Anselmi