La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 28
Commuove davvero vedere l’affaticato Carlo Cecchi, scomparso il 23 gennaio scorso, nei panni di papa Innocenzo X, in quella che resta la sua ultima interpretazione cinematografica. Accade in “Dio ride” di Giovanni Veronesi, che stasera chiude fuori concorso la 83esima Mostra di Venezia. Vestito di bianco, con un pizzetto posticcio applicato al mento, il grande attore si diverte a incarnare quel pontefice duro, e tuttavia amante dell’arte, che regnò fino al 1655. Nel film, mi riferisco al primo incontro, il pontefice convoca il potente cardinale Vincenzo Maculani, destinato a succedergli sul Soglio vaticano (non avvenne nella realtà). Il dialogo è bello, ben scritto, il porporato non ha nessuna voglia di partire alla volta delle campagne senesi per risolvere il caso di un frate cencioso che racconta il Vangelo alla sua maniera colorita, togliendo fedeli alle messe ufficiali e scandalizzando i potenti.
La cinepresa di Veronesi insiste un attimo di più, dopo la fine del confronto, sul viso di Cecchi che sembra sciogliersi in un sorriso, vai a sapere se per la scena venuta bene o perché era proprio scritta così. A mio parere un gran momento di cinema, anche se dura pochi secondi.
A due anni dal documentario “La valanga azzurra”, il 64enne regista pratese torna al cinema di finzione con questo film inatteso, costoso, in costume, e c’è da credergli quando spiega: «Ho sempre mentito, nella vita. Con “Dio ride” ho abbassato le difese: è un’opera sincera, a cuore aperto». Così è, in effetti.
Veronesi s’è ispirato a una frase detta nel 2024 da papa Francesco – «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo» – per poi immergersi in un fosco Seicento colpito dalla peste. Si parte infatti dal 1652, il convento umbro di Scheggino è invaso dalla pestilenza, i monatti uccidono i religiosi e danno fuoco a tutto, ma il frate Leopoldo da Casamacchia si carica il vecchio priore malato sulle spalle e scappa verso la Toscana, attraversando luoghi incantati.
Innocente e “burino”, il fraticello in realtà non ride di Dio ma con Dio, gli viene normale con la povera gente che sembra uscire da un quadro di Masaccio o da un anticipo del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. Il nuovo priore, mezzo deforme e incattivito, lo detesta, ma Leopoldo piace alla contessina infelice e bella, struprata ogni notte dal marito violento perché gli dia un figlio.
In questo contesto arriva da Roma il cardinale, svogliato e malato di gotta, deciso a risolvere lo scandalo con un’abiura, in modo da non dover coinvolgere l’Inquisizione di Siena e salvare la vita al frate.
«Sei così presuntuoso da pensare di poter ridere di Dio» fa il porporato. Ma lo spettacolo del ribelle, accolto da folle crescenti all’ingresso di una grotta che con lui riscoprono il Vangelo, fa precipitare le cose, e non nel modo migliore per Leopoldo, al quale il cardinale, pure toccato da quell’umile frate misericordioso, dirà: «La Chiesa non può permettersi uno come te adesso».
Avrete capito che “Dio ride” è un’allegoria ruspante e feroce sui temi della fede, della coscienza, del potere ottuso, della dignità umana, del rapporto tra autorità assoluta e spirito critico. Veronesi e i suoi tre sceneggiatori immergono la vicenda in un Seicento bucolico e feroce allo stesso tempo, nel quale Leopoldo, considerato alla stregua di «un guitto», è un nipotino di Francesco d’Assisi, più misericordioso e divertente, una sorta di eretico suo malgrado.
Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando duettano con gusto, intonandosi all’eloquio dei due personaggi: l’uno sfodera un colorito, sin troppo, dialetto umbro, l’altro sibila le parole, senza mai scomporsi. Nel cast anche i giovani Franceschi Gheghi e Alma Noce, più Paolo Rossi, Maurizio Lombardi e il già citato Cecchi.
A dirla tutta, io avrei lasciato più spazio ai silenzi, senza spalmare tutta quella colonna sonora, invadente ed esornativa, sulla tragica storia. Ma il film, lungo poco meno di due ore, tocca e coinvolge, spero che trovi un suo pubblico quando uscirà nelle sale il 29 ottobre.
A Veronesi, che in ogni intervista ribadisce di essere «ateo», quasi a mettere le mani avanti (ma perché?), ricordo quanto scrisse un teologo protestante valdese, Paolo Ricca: «Chi non crede dubita di Dio; chi crede dubita di sé stesso». Una frase che sarebbe piaciuta a Leopoldo da Casamacchia e forse pure al cardinale Maculani.
Michele Anselmi