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Vincenzo Marra nel mondo torvo dei procuratori sportivi: “La volta buona”, una commedia agra

La Festa di Michele Anselmi 

“I ragazzetti sono come i cavalli, se quando crescono non corrono, allora non servono a niente”. La battuta cinica echeggia in “La volta buona”, e un po’ si rabbrividisce. Il film, uno dei tanti proposti dalla sezione autonoma della Festa del cinema “Alice nelle città”, porta la firma del napoletano 47enne Vincenzo Marra. Un regista interessante e appartato, rivelatosi nel lontano 2001 con “Tornando a casa”, distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti; da allora ha saputo muoversi con esiti alterni, ma con notevole coerenza stilistica e tematica, nel non facile panorama italiano.
A due anni da “L’equilibrio” e a quattro da “La prima luce”, eccolo tornare con una commedia agra costruita addosso a Massimo Ghini, qui nei panni di uno sfigato procuratore sportivo di periferia, ex ludopatico, inseguito dai gorilla di uno strozzino, divorziato malamente, ormai a un passo dal tracollo psicofisico. Bartolomeo Caputo non ne azzecca una, eppure un tempo aveva fiuto nell’esplorare il sottobosco del calcio non professionale per estrarne qualche “pepita” da piazzare a caro prezzo.
Scrive Marra nelle note di regia: “Bartolomeo si occupa di piccole future promesse da scoprire e rivendere a tutti i costi al miglior offerente, come un oggetto qualunque. Un mercato che ha molte ombre e poche luci, un’economia in mano a personaggi senza scrupoli che decidono il destino della vita di migliaia di calciatori poco più che bambini, soprattutto stranieri, provenienti da realtà difficili”.
In questo contesto, dove anche mille euro fanno la differenza, l’uomo si ritrova a volare fino a Montevideo, Uruguay, attratto da un possibile affarone. L’ex sodale Bruno, emigrato da anni in Sud America per sfuggire a guai e debiti, gli decanta le qualità di un nuovo Messi, in realtà solo un bambino abile a palleggiare di fronte al semaforo per tirar su qualche soldo. E tuttavia, in un clima buffo/malinconico che ricorda un po’ “Il Gaucho” di Dino Risi, Bartolomeo decide di puntare sul ragazzino, o la va o la spacca. In effetti, Pablito è bravo, veloce, segna gol e scalda il pubblico; ma ha bisogno di cure per crescere bene, proprio come Messi, e quelle cure costano molto, troppo…
Avrete capito che “La vota buona” è la storia di una paternità acquisita: Bartolomeo non riesce a parlare con la figlia vera ma dovrà prendere cura di quel bambino, dignitoso e sensibile, che non ha mai conosciuto il padre naturale. Siamo un po’ tra “Ultimo minuto” di Pupi Avati e “Un giorno all’improvviso” di Ciro D’Emilio, anche se Marra custodisce una cifra estetica personale, con affondi da commedia asprigna e torsioni drammatiche, il tutto dentro una cornice da road-movie.
Se Ghini si prende la scena, facendo di Bartolomeo un perdente non del tutto incarognito dagli eventi, Max Tortora va sul sicuro nei panni dell’italiano contaballe scappato a Montevideo; ma è il piccolo Ramiro García, a colpi di palleggi e sguardi, a tenere insieme la partitura. Il film uscirà solo a marzo, speriamo bene.

Michele Anselmi

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