L’angolo di Michele Anselmi
Pensavo francamente che la mia amica Annarosa Morri, una che s’intende di cinema, esagerasse nello scrivere queste parole in merito a “La vita bugiarda degli adulti”, dal 4 gennaio su Netflix: “Ho visto una puntata della serie, vorrei strozzare il mixer audio! Non ho capito una cippa, tutto sussurrato. Era voluto? Chissà”. Aveva ragione. Ieri sera, incuriosito, ho guardato le prime due puntate delle sei, 50 minuti l’una, per la firma del regista partenopeo Edoardo De Angelis. Non è questione di napoletano stretto (ci sono giustamente i sottotitoli per alcune sequenze), ma proprio di missaggio del suono: un disastro.
La musica elettronica un po’ minacciosa sovrasta tutto e non si capisce perché, gli interpreti parlano sottovoce o sono stati registrati male in presa diretta, la giovane protagonista si mangia le parole specie quando è l’io narrante, il suo, a guidare il racconto. Dice a un certo punto nel primo episodio: “Io sono scivolata nel groviglio di un… senza redenzione”. Giuro: mi sono avvicinato al televisore, ho fatto cinque volte avanti e indietro: non ho capito che cosa dicesse. Forse “un amore arruffato”? Boh.
Naturalmente Elena Ferrante ormai è una sicurezza. Non c’è suo romanzo che non diventi un film o una serie tv. Prima “L’amore molesto”, poi “I giorni dell’abbandono”, poi “L’amica geniale” 1 e 2, poi “La figlia oscura”, adesso, appunto “La vita bugiarda degli adulti”, pubblicato nel 2019 da E/O. E magari mi sfugge qualcosa.
Assai reclamizzata da Netflix che coproduce con Fandango, la miniserie, scritta dai consueti Francesco Piccolo e Laura Paolucci insieme all’autrice del libro e al regista, è un romanzo di formazione in bilico tra Napoli “alta” e Napoli “bassa”, in mezzo c’è lei, Giovanna: bella adolescente dalle forme già armoniose e dal viso imbronciato che però si sente “brutta”, così almeno la vedono i suoi genitori. Il papà, Andrea, è un intellettuale comunista nonché prof universitario che legge “l’Unità”, partecipa a seminari su Lutero e tradisce allegramente la moglie Nella, pure lei insegnante e traduttrice con velleità letterarie. Orecchiando da dietro una porta, Giovanna si sente paragonare a zia Vittoria, la sorella di papà, considerata sciroccata e ribelle, insomma una da cui stare alla larga, mai conosciuta. Alla fanciulla nasce la curiosità di incontrarla, laggiù nel rione detto “Il Pianto”, dove invece tutti sorridono, sono felici nonostante la miseria e una gira sempre su un cavallo bianco. S’intende che nascerà un’amicizia intensa, cordiale, solidale, tra nipote e zia, e un po’ alla volta la serie finirà col sovrapporre i due personaggi, anche i due voti.
Colori smaltati e pozzanghere melmose, riprese un po’ cervellotiche (il piano sequenza iniziale), case sgarrupate e decoro borghese, un po’ di rap napoletano, un “femminiello” che sistema i capelli di tutte, l’adolescenza inquieta incarnata dalle amiche di Giovanna, una delle quali sbotta dicendo: “Siamo inguaiate… Non ci facciamo le canne, non facciamo i bocchini e non suoniamo nemmeno la chitarra”. Però, nel rapporto con la disinvolta e molto religiosa zia Vittoria, l’ancora illibata Giovanna capirà che cosa voglia dire davvero “chiavare”.
Immagino che “La vita bugiarda degli adulti” si rivolga eminentemente a un pubblico femminile: per sguardo e sensibilità. Non so francamente se vedrò la terza puntata, troppa fatica nel cercare di capire che cosa dicono gli attori, anche quando non parlano in dialetto. Giordana Marengo fa la vitale Giovanna, Valeria Golino l’indocile e ferita Vittoria, Alessandro Preziosi l’odioso padre, Pina Turco la rassegnata madre. Ho letto la trama: succederanno tante cose nel proseguo degli eventi, tra Napoli e Milano.
Michele Anselmi