L’angolo di Michele Anselmi

“Sai che c’è? Tra la politica, i social, i giornalisti, il cinema, la gente, le telefonate, be’ non ne posso più. Sarò esaurito…”. Lo grida Carlo Verdone alla sua assistente Rosa nella prima delle dieci puntate di “Vita da Carlo”, tutte da venerdì 5 novembre su Amazon Prime Video. Sembrerebbe solo uno sfogo a uso e consumo di questa strana “sit-com” che ogni tanto prende aria all’aperto; ma forse c’è qualcosa di più sottile e profondo, sepolto davvero nel vissuto del settantenne mattatore romano.
Ho visto, come molti miei colleghi, i primi quattro episodi della serie. Durano in media 24-25 minuti l’uno, più i titoli di coda e il riassunto delle puntate precedenti. Sarà interessante vedere come il pubblico, archiviato il film “Si vive una volta sola”, pensato per il cinema ma poi uscito solo su Amazon causa pandemia, reagirà a questa sorta di “spogliarello morale”: non alla maniera scorticata di Edward Albee ma squisitamente alla Verdone, non fosse altro per il titolo che porta, appunto “Vita da Carlo”.
La curiosità dell’operazione, nata da un’idea di Nicola Guaglianone e Menotti, accettata sulle prime con qualche perplessità dall’interessato, infine sceneggiata insieme a Pasquale Plastino, consiste eminentemente in questo, almeno mi pare: il comico opera una completa demistificazione di sé stesso, con toni da commedia s’intende, ma mettendosi in gioco con un pizzico di ferocia. Lo stato d’animo spiegazzato, quasi attonito, potremmo sintetizzarlo così: alla fine anche nel successo di un attore amato, “selfato”, venerato, c’è un aspetto miserabile, la vita non ti appartiene più per intero, salta la privacy, l’unico antidoto sarebbe distaccarsi da tutto.
Domanda: ma Verdone, quello vero, è pronto a fare davvero un passo del genere? Il dilemma esistenziale proposto, al di là dei siparietti ora comici e buffi, ora asprigni e ciniconi, sta tutto qui, direi: fin dove vale la pena di vivere così, di aderire totalmente a un personaggio che pure rispecchia l’uomo, di esporsi affettuosamente all’ingordigia dei fan?
Da questo punto di vista, “Vita da Carlo” è un autoritratto amarognolo, certo rivolto al grande pubblico, girato sul filo del paradosso, cercando di intrecciare passato glorioso e presente dubbioso; non a caso, per finta ma non troppo, è lo stesso Verdone, in un momento di sconforto, a chiedere alla già citata assistente: “Rosa, tu pensi che io sia un attore in declino?”.
Le dieci puntate, quattro delle quali dirette da Verdone, le altre dal direttore della fotografia Arnaldo Catinari, rielaborano in chiave di “fiction” alcune situazioni davvero vissute dall’attore-regista romano. L’esagerazione farsesca sembrerebbe sempre partire da un dato reale, o quasi. Infatti ci sono i due figli ormai indipendenti che soffrono ancora per la separazione dei genitori, l’amico Max Tortora nei panni di sé stesso, un istrionico produttore con la barba che allude a De Laurentiis, la passione per la squadra della Roma, l’interesse per le medicine e una bella farmacista, una governante che tiranneggia in casa con duro sguardo morale, una specie di Zingaretti che propone all’attore di candidarsi per il Campidoglio, pure Roberto D’Agostino che detta il titolo per Dagospia: “Lo famo strano? No, lo famo sindaco”. E certo colpisce che in certe fotografie il vero primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, somigli così tanto a Verdone, come se la realtà giocasse a rimpiattino con la finzione.
La demistificazione di cui parlavo, certo applicata alla serie con toni agrodolci, nella speranza di una seconda stagione, non sempre trova gli accenti giusti, ogni tanto qualche sketch è tirato per le lunghe o all’opposto tranciato di netto; però in generale convince il punto di vista adottato, tra politicamente scorretto (il vittimismo di un vecchio attore ebreo che si sente un po’ Shylock) e vagamente disturbante (come comportarsi con un’aggressiva fan malata di cancro?), ma senza dimenticare quel misto di ridicolo e poetico lesto ad annidarsi nelle strettoie più fosche dell’esistenza.
Morale: vedrò le altre sei puntate, ormai ci ho preso gusto, pare che ci siano in ballo parecchie sorprese.

Michele Anselmi