L’angolo di Michele Anselmi

«Perché siamo tutti così diversi? Solo Allah lo sa». Lo pensa ad alta voce, e suona come una specie di voce narrante che scandisce e contrappunta la vicenda, l’idraulico/elettricista marocchino Moha in cerca di un lavoro a Barcellona, presso una piccola ditta familiare di riparazioni che si chiama pomposamente “Installazioni Losilla”. Diretto dalla 42regista catalana Neus Ballús, “I tuttofare”, nella sale da giovedì 9 giugno con Academy Two, è una commedia minimalista, un po’ stramba e surreale, sia pure dentro una chiave realistica, vagamente alla Kaurismäki. Non so quanto possa piacere al pubblico italiano, temo poco; ma certo conduce sul filo del paradosso una riflessione, a tratti buffa e asprigna, sull’integrazione possibile, sul non lasciarsi mangiare dal pregiudizio, che è spesso umorale, privo di fondamento.
Moah, venuto dal Marocco e sfotticchiato dai due conterranei con i quali abita, ha bisogno di quel lavoro manuale. Gentile, fattivo, sta imparando il catalano per farsi capire ed è pronto a misurarsi con i due principali, che sono l’anziano e paziente Pep, ormai a un passo dalla pensione, e il cinquantenne Valero, sempre incavolato col mondo (è a dieta rigida). Scandito dai giorni della settimana, gli stessi che corrispondono al periodo di prova del giovanotto baffuto, il film sembra fatto di niente, tra incontri bizzarri, chiacchiere a vuoto, piccole insofferenze, spunti da comicità fredda.
Valero detesta a prima vista Moah, considerato un intruso pure incapace di adattarsi ai gusti dei catalani, mentre Pepe fa il tifo per il nuovo arrivato, invitando il collega a non polemizzare su tutto. E intanto assistiamo alle piccole disavventure dei tre “tuttofare” nelle case dei clienti: un vecchio ipocondriaco che si sente ancora uno stallone, una famiglia litigiosa, una fotografa in tiro lesta a ritrarre Moha come un sexy-plumber forse solo per sedurlo, eccetera.
Il film, randagio e malinconico, un po’ fatto di niente, racconta un insieme di stati d’animo, satireggiando un po’ sulle mode correnti (quella villa “domotica” dove nulla funzione bene) e rivelando i pensieri del marocchino sul mondo da cui viene (perché volere il wi-fi se mancano acqua e luce?).
Incuriosisce che i tre protagonisti, cioè Mohamed Mellali, Valero Escolar e Pep Sarrà, non siano attori bensì veri esperti del ramo idraulico & affini; infatti a tratti sembrano non recitare, come se mettessero in scena sé stessi reagendo alle situazioni più o meno conflittuali create dalla regista. La morale? C’è sempre modo di capirsi, al di là delle provenienze o delle religioni, se non ci si fa intossicare dagli stati d’animo, dai luoghi comuni, dagli stereotipi culturali/religiosi.

Michele Anselmi