L’angolo di Michele Anselmi

Al netto della vicenda giudiziaria che coinvolge il venticinquenne attore francese Sofiane Bennancer, accusato di stupro da alcune donne e per questo finito sulla prima pagina di “Libération”, il nuovo film da regista di Valeria Bruni Tedeschi, il suo settimo, non mi sembra una riuscita, nonostante l’aura da piccolo capolavoro che lo circonfonde. In originale si chiama “Les Amandiers”, cioè i mandorli, dal nome di una prestigiosa scuola di recitazione che nacque attorno al Théâtre des Amandiers di Nanterre, a lungo diretta da Pierre Romans; da noi esce giovedì 1° dicembre, targato Lucky Red, col titolo internazionale “Forever Young”, ma la canzone degli Alphaville non si sente, tanto meno quella antecedente di Bob Dylan.
Sul filo dei ricordi, lei frequentò davvero quella scuola prima di farsi conoscere in Italia comparendo in “Storie di ragazzi e di ragazze” di Pupi Avati, 1989, la regista italofrancese inventa sullo schermo una specie di alter-ego che molto le somiglia da giovane: Stella, incarnata dalla burrosa e bionda Nadia Tereszkievicz. Aspirante attrice tendente all’esagerazione nelle audizioni, per via dei gesti plateali, Stella finisce nel gruppo di quaranta studenti che resteranno dodici a fine corso, in vista di uno spettacolo da portare in scena.
Siamo a Nanterre nel 1986, lo sappiamo dagli echi della tragedia di Chernobyl, e certo il direttore artistico del teatro, il carismatico Patrice Chéreau, non è un tipo facile: collerico e cocainomane, gli piace sedurre all’occorrenza gli studenti maschi. L’idea è di preparare “Platonov” di Cechov, ma gli allievi sembrano svogliati. Sarà perché sono nel pieno della giovinezza, belli, irresponsabili e sessualmente promiscui, pure gasati da una visita al mitizzato Actors Studio di New York.
Il film, lungo più di due ore e si sente, isola fondamentalmente la scorticata storia d’amore che si sviluppa tra la facoltosa Stella, con tanto di maggiordomo, e l’ispido Etienne, un tipo “maledetto”, pure affascinante, ma dalla scarsa vocazione artistica nonché tossicomane (lo incarna il succitato Sofiane Bennancer, compagno nella vita della regista). E intanto assistiamo alle prove incasinate dello spettacolo, a varie crisi di nervi, agli intrecci sentimentali tra studenti, alla nascita di un pargoletto, alla crescente paura dell’Aids tra le studentesse.
“Non è un passatempo recitare, è pericolo, difficile: è la vita che dovreste rappresentare” teorizza Chéreau, al quale Louis Garrel, pure lui in passato fidanzato di Bruni Tedeschi, presta il suo viso aguzzo e il corpo magro. Ma quei giovani attori paiono più presi da altro: da pulsioni estreme, da entusiasmi infantili. In fondo sono degli immaturi, tutti concentrati su sé stessi e i loro apparenti problemi.
Bruni Tedeschi applica alla regia uno spolvero di “nouvelle vague”, diciamo una sorta di improvvisazione tesa a cogliere l’attimo più o meno fuggente, gli svolazzi dei corpi e degli umori; il suo è un cinema della chiacchiera, benché alla base ci sia una sceneggiatura scritta da lei insieme a Noémie Lvovsky e Agnès de Sacy. Viene evocato Bertolucci, e in effetti alcuni di quei giovanotti sembrano uscire da “The Dreamers”, si parla di “Pentesilea” di von Kleist, sentiamo tanto pianoforte di sottofondo, alcune canzoni famose, due volte “Guarda che luna” di Buscaglione, la seconda arpeggiata alla chitarra, quasi sussurrata dalla voce fantasmatica di Etienne (esistito davvero, anche se si chiamava Thierry Ravel). L’autobiografismo è dappertutto nell’aria, anche se rielaborato in chiave di ritratto generazionale, con un vago spirito mortuario; ma del resto non c’è un film, tra quelli da lei diretti, in cui Valeria Bruni Tedeschi non parli sostanzialmente di sé.
PS. A proposito di giovani attori, prove teatrali, Cechov e cinema, mi permetto di ricordare il giapponese “Drive My Car”. Lì c’era da mettere in scena “Zio Vanja” e sentivi impegno e concentrazione, non solo la frenesia gasata e pansessuale dei vent’anni.

Michele Anselmi