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Voglia di polizieschi tosti? Su Netflix c’è “Bronx” (ma siamo a Marsiglia)

L’angolo di Michele Anselmi

“Abbiamo i nostri metodi, adeguati alla città”. Essendo la città in questione Marsiglia, da sempre intonata ai “noir” polizieschi per via dei loschi affari, potete immaginare di che metodi parli lo sbirro protagonista di “Bronx”, il film di Olivier Marchal realizzato per Netflix e lì vedibile dal 30 ottobre. In effetti il titolo è fuorviante, pure poco accattivante; ma Marchal, classe 1958, ex poliziotto nonché regista di titoli come “36 Quai des Orfèvres” o “L’ultima missione”, cari a chi ama il genere “crime”, avrà pensato che funzionasse la suggestione: insomma la Marsiglia delle gang rivali come il Bronx newyorkese di tanti film.
Si comincia con alcuni colpi di fucile a pompa, nel buio dello schermo. Un attimo dopo scopriamo chi ha sparato, non perché l’ha fatto: e da quella terrazza affacciata sul mare assolato si torna a tre settimane prima, quando tutto cominciò con un’altra sparatoria.
Schematizzando un po’ siamo tra William Friedkin e Jean-Pierre Melville, ma si potrebbero evocare anche Michael Mann e Mike Figgis; in ogni caso le citazioni e i riferimenti si sprecano in questa sorta di tragedia marsigliese nella quale tutti giocano qualche partita sporca: i criminali decisi a dividersi il territorio e i poliziotti della squadra Bri (Brigata di ricerca e intervento) che danno loro la caccia.
L’eroe, diciamo, si chiama Richard Wronski, e naturalmente il riferimento al personaggio di “Anna Karenina” non è casuale, a Marchal piace giocare con la letteratura. Alto, bello, impavido, con una fidanzata incinta, lo sbirro abita in un elegante catamarano ancorato al porto. Durante il trasporto da un carcere all’altro di un vecchio boss corso condannato all’ergastolo, Wronski fa uno strappo alla regola per permettere al malavitoso di dare un ultimo, pietoso, saluto alla moglie morente. E subito capiamo che c’è del marcio in Questura: rivalità tra squadre, poliziotti con case troppo belle, “gole profonde” in combutta con le gang più feroci; neanche l’arrivo del nuovo del nuovo capo, tal Leonetti, che pure promette sfracelli e una lotta inflessibile al crimine, rassicura più di tanto chi sente odore di bruciato.
Magari qualche passaggio non torna e uno o due personaggi risultano un po’ stereotipati, ma “Bronx” racconta bene una lotta senza quartiere nella quale “buoni” e “cattivi” usano sostanzialmente gli stessi mezzi. Giustamente c’è chi ha parlato di “natura morta”, in senso non solo metaforico: tutti, o quasi, sembrano destinati a una finaccia, per via del meccanismo infernale che hanno messo in moto cercando di prendersi una piccola/grande quota di potere e denaro. Ma c’è sempre qualcuno più furbo di te, specie se molto incazzato e protetto dal distintivo.
Lannick Gautry è perfetto, per fisico e sguardo, nel ruolo di Vronski, lo sbirro che prova a tenere insieme gusto della vendetta, coesione di squadra, interessi privati e senso del dovere. Non sarei sorpreso se a Hollywood facessero un pensierino su di lui. Nel cast spuntano in ruoli minori vecchie glorie come Jean Reno, Gérard Lanvin e Claudia Cardinale. Si spara parecchio, assai bella la sequenza all’alba in riva al mare, ma si vede che Marchal non punta tutto sull’azione: gli piace stare addosso a queste anime perse, in bilico sull’abisso dei sentimenti e delle pulsioni.

Michele Anselmi

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