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“Volevo nascondermi”, non solo la tribolata vita di Ligabue, anche un omaggio agli emiliani

L’angolo di Michele Anselmi 

È un vero peccato che “Volevo nascondermi”, almeno per ora, non possa essere visto in Emilia Romagna, dove i cinema sono il larga maggioranza chiusi. Perché il nuovo film del bolognese Giorgio Diritti, appena premiato a Berlino per l’interpretazione di Elio Germano, è un omaggio non solo al talento “matto” e sbilenco del pittore-scultore Antonio Ligabue ma anche un atto d’amore nei confronti di quella terra, alle sue facce, al suo dialetto, al suo spirito, in particolare la Bassa reggiana, dalle parti di Gualtieri e Guastalla.
Al suo quarto lungometraggio in quindici anni, il regista che si fece conoscere con “Il vento fa il suo giro” non mette in scena una semplice cine-biografia di un artista, diciamo naïf per comodità, a suo modo unico, scorticato da una vita di tormenti, fisicamente e mentalmente devastato, sempre a un passo dal crollo nervoso e per questo più volte recluso in manicomio. Non ci sono didascalie, non ci sono date, lo scorrere dei decenni è affidato solo al mutare degli abiti, degli arredi e delle automobili; in una prospettiva drammaturgica, interessante per lo spettatore, che di Ligabue isola episodi di vita emblematici, immergendoli in un contesto rurale quasi impressionista, a partire dalle tinte tenui, quasi pastello, con una strana aura di luce, ma senza fastidiosi effetti “flou” (c’è Matteo Cocco alla fotografia).
Come sapete Elio Germano, davvero irriconoscibile sotto il trucco “prostetico” che lo fa scomparire, ha dedicato il premio “a gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta”; e di sicuro Ligabue tale fu, anche nel suo essere un enigma umano, a occhio non facile da decifrare, ma risoluto nel difendere, contro tutto e tutti, la forza dell’arte pittorica.
Ho visto il film, distribuito da 01-Raicinema e prodotto da Carlo Degli Esposti, al romano cinema Tibur, primo spettacolo: saremo stati una ventina. Di sicuro il momento non è dei più facili per uscire, gli incassi hanno raggiunto cifre da minimo storico, e tuttavia mi auguro che “Volevo nascondermi”, laddove si può vedere, accenda un passa-parola positivo. Perché adotta uno stile non convenzionale ma neppure respingente, perché “lavora” sul fisico deforme di Ligabue (rachitismo, gozzo, più altri guai ancora) per estrarre da esso un salutare invito a guardare oltre le apparenze, per meglio afferrare il senso della sua “allucinata narrazione visiva”.
Certo quella di Antonio Ligabue, già Costa e Laccabue, nato a Zurigo nel 1899 e morto a Gualtieri nel 1965, non fu un’esistenza tranquilla. “Tu sei un errore, non meriti di esistere” gli urlano addosso, sin da bambino, in una Svizzera feroce che lo tratta alla stregua di un incidente di natura, qualcosa simile a un “mostro” da deridere. Anche l’arrivo in Emilia, nel 1919, non sarà una passeggiata: Ligabue non parla una parola di italiano, scappa dall’istituto, vive nei boschi come una bestiolina selvatica, tra freddo e stenti, prima che un pittore gentile del posto e sua madre lo accolgano in casa, dandogli un riparo, del tepore umano. Prima voleva solo nascondersi.
La scoperta della pittura, istintiva, primordiale, legata alla rappresentazione di animali feroci o pacifici, tigri e conigli, un mix inconsapevole di fauvismo francese ed espressionismo tedesco, gli fornirà un motivo per vivere, e con esso un po’ di fortuna e celebrità, inclusi quei soldi che userà per comprare tre automobili, dodici motociclette e tanti vestiti, pure un cappotto esibito in pieno luglio nel sorriso generale.
Lungo due ore esatte e scritto dallo stesso Diritti con Tania Pedroni, il film sfodera una narrazione randagia, a suo modo destrutturata, senza un vero e proprio centro, quasi a restituire il tribolato rapporto di Ligabue, uomo anche permaloso e iracondo, attratto dalle donne e al tempo stesso incapace di sedurle, con quel mondo che un po’ lo teme, un po’ lo compatisce e un po’ lo lusinga.
Non esagera Elio Germano nel mettere in scena questo Ligabue dall’incedere scomposto, dai suoni gutturali, dagli scatti imprevisti, dalle posture “animalesche” (in rete si trova un documentario del 1962 che lo ritrae al naturale). Il suo è un Ligabue diverso da quello che incarnò Flavio Bucci nel 1977 in uno sceneggiato tv di Salvatore Nocita: Germano porta alle estreme conseguenze la mimesi, anche e soprattutto fisica, lasciando affiorare, quasi si direbbe, il Ligabue che è in sé. Come nel caso di Pierfrancesco Favino con il Craxi di “Hammamet”, dura sarà la sfida ai prossimi Nastri d’argento e David di Donatello, Germano usa la somiglianza impressionante, quindi l’artificio massimo, per annullare l’attore, in modo che lo spettatore si convinca di avere davanti per tutto il tempo il vero Ligabue, non la performance di un mattatore. A suo modo il Daniel Day-Lewis italiano.
L’unica stonatura l’ho trovata sui titoli di coda: mentre la cinepresa restituisce i colori vividi delle vere tele di Ligabue passa un’incongrua canzone in inglese. Posso capire il titolo, “Invisible”, ma che c’entra con tutto il resto? Nulla.

Michele Anselmi

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