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“Waiting for the Barbarians” (ma i veri barbari siamo noi). Johnny Depp malefico

L’angolo di Michele Anselmi

Si mira alla Grande Metafora con “Waiting for the Barbarians”, suppergiù “Aspettando i barbari”, che esce ora in Italia – nelle sale da giovedì 24 settembre – dopo essere stato in gara alla Mostra di Venezia del 2019. Scritto nel 1980, il romanzo del sudafricano John Maxwell Coetzee ha impiegato quasi quarant’anni per trovare forma sullo schermo, grazie al regista colombiano Ciro Guerra e al coproduttore di maggioranza Andrea Iervolino (il film batte bandiera italiana).
Siamo in uno sperduto avamposto di un impero ottocentesco non meglio definito, ma viene da pensare, per i paesaggi e le divise, a “Il deserto dei tartari” di Buzzati, pure al relativo film che ne trasse Valerio Zurlini. La vita scorre quieta in quel fortilizio dimenticato da tutti, amministrato con saggezza da un colto funzionario che teorizza la pacifica convivenza con i nomadi. Ma il bieco colonnello Joll, spedito dal centro, ha deciso che “i barbari” stanno per attaccare e quindi bisogna uccidere, torturare, depredare per dare una lezione. Il magistrato si oppone a quella stretta feroce, si prende cura anche di una mongola che è stata orrendamente seviziata, forse l’ama, tanto da restituirla al suo popolo, passando quindi per traditore.
Diviso per capitoli, uno per stagione, “Waiting for the Barbarians” ha un andamento lento, meditabondo, salvo accensioni di crudeltà estrema, quasi a dirci che quasi sempre è il colonialismo, a colpi di brutalità, a creare il nemico che lo distruggerà. Cast di prim’ordine, con Mark Rylance nel ruolo dello stoico magistrato, mentre i feroci Johnny Depp e Robert Pattinson, il primo professionalmente in caduta libera, il secondo in gran spolvero col nuovo Batman, incarnano, nelle loro divise nere, il tronfio fanatismo militare destinato per fortuna allo sconfitta. Occhio all’ultima inquadratura.

Michele Anselmi

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