“War is Over” è il nuovo documentario del regista Stefano Obino, che nasce da una collaborazione con Tania Masi e presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma 2021 nella sezione Alice nella città. Grazie alla collaborazione con l’ONG Aispo (Associazione Italiana per la Solidarietà tra i popoli) «è stato possibile addentrarsi e vivere luoghi e strutture, che altrimenti sarebbero state inaccessibili», afferma il regista Obino.
Un documentario indubbiamente rivoluzionario: sin dalle prime scene, infatti, si può avvertire una destrutturazione dello storytelling tradizionale, tipico dei docufilm. Lo stesso Obino afferma di aver voluto scardinare tutti i cliché tipici dei film che raccontano una guerra. «Non ci sono musiche drammatiche», poiché l’intento è stato quello di «creare una realtà virtuale cinematografica» nella quale lo spettatore possa immergersi senza andare incontro a luoghi comuni.
Nella prima scena un totale buio della sala avvolge lo spettatore, sovrastato dai rimbombi degli spari e delle urla tremanti di paura. Una vera e propria cornice narrativa che inaspettatamente assume la funzione di promemoria. Infatti, l’intento del regista non è quello di raccontare il dramma di una guerra di cui abbiamo soltanto sentito parlare, ma cogliere, narrare per poi trasmettere l’energia vitale della rinascita di una guerra finita, almeno in parte.
Cade il silenzio e dal buio emerge la scritta WAR IS OVER. Sventola la bandiera del Kurdistan iracheno a ritmo di vento, tra le tende del campo profughi. Tra le vie impolverate, i bambini giocano e ridono. Il campo è ormai diventato una città: ci sono la moschea, la scuola, il barbiere, la pizzeria, il bar dove vedere e tifare la propria squadra e perfino il campo da pallavolo e calcio.
Così, fin dalle prime scene, ci immergiamo letteralmente in quel mondo che ci appare estraneo e lontano da noi, ma che, attraverso le immagini e i suoni, possiamo toccare con mano, tanto da pensare di viverlo.
La voce di una donna ci accompagna attraverso alcune scene. Nonostante a volte le sue parole cariche di verità e consapevolezza contrastino le immagini che vediamo, il suo intervento è essenziale per rendere chiaro quel qualcosa in cui sarebbe difficile immedesimarsi.
«A volte la morte è una grazia per gli esseri umani», dice la donna mentre camminiamo tra le vie del campo. In quelle parole non si percepisce il dramma, ma la consapevolezza.
È proprio l’ossimoro tra storia vissuta e passata a catturare l’attenzione dello spettatore. Infatti, nonostante l’estrema povertà della maggior parte della popolazione e la consapevolezza che la guerra non sia ancora finita, nei 40 campi profughi del Kurdistan iracheno «c’era un’energia di resilienza» che dà frutto alla volontà di rinascita. Una realtà inaspettata che aveva il diritto di essere raccontata. «Restituire dignità a quei popoli» è stato l’obiettivo di questo racconto. Documentare l’euforia irrazionale, attraverso la “ricostruzione” di piccoli momenti di vita quotidiana, è ciò che deve far porre la domanda «Cosa faresti se fossi lì?».

Cristina Accardi