La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 4

Finalmente non ho guardato mai l’orologio durante la proiezione. Succede con “Wild Horse Nine”, il film di Martin McDonagh, inglese di origine irlandese, 56 anni, drammaturgo, sceneggiatore e regista. A quattro anni da “Gli spiriti dell’isola”, il cineasta è tornato oggi in concorso qui al Lido, e di nuovo siamo su un’isola: quella di Pasqua, nota ormai con il nome indigeno Rapa Nui. McDonagh è un formidabile inventore di storie, sui dialoghi non lo batte nessuno, ma anche dimostrato, sin dai tempi di “In Bruges – La coscienza dell’assassino”, di possere un invidiabile senso del ritmo e dello stile. Non delude “Wild Horse Nine”, un film che diverte e fa pensare, unendo gusto dell’assurdo e riferimenti storici, affondi sarcastici e pessimismo di fondo.

Santiago del Cile, estate del 1973, poche settimane prime del golpe di Pinochet contro Allende, 11 settembre. Due agenti della Cia, il veterano Chris e il più giovane Lee, vengono spediti dal loro capo, detto MJ, all’Isola di Pasqua per una strana vacanza. Chris ha ucciso una settantina di persone nel corso della sua lunga “carriera” in ogni parte del mondo, sa come vanno le cose, in genere, quando l’Agenzia si mobilita, non ha mai esitato prima di premere il grilletto; eppure qualcosa gli sta succedendo dentro, diciamo a livello emotivo. Un cancro gli lascia pochissimo tempo, neanche la morfina dà più tanto sollievo, ma l’uomo sfodera ancora la battuta pronta, filosofeggia sulla vita, si espone contro ogni regola con due ragazze cilene antifasciste incontrate all’aeroporto, soprattutto ha intenzione di registrare da qualche parte le sue memorie, a partire dall’agguato di Dallas contro Kennedy. Lee, che gli vuole bene, prova a stargli vicino, a consigliarlo per il meglio. Solo che Chris tiene due biglietti in tasca: l’uno dice «Ricordati che devi morire», l’altro «Non fidarti di Lee».

“Wild Horse Nine” è il nome in codice della missione, ma poi appaiono davvero dei cavalli selvaggi in quel pezzo di paradiso terrestre, uno dei quali tocca l’animo di Chris, molto più delle mitiche grandi teste piantate sul terreno, a controllare chi viene dal mare.

I duetti ben temperati e politicamente scorretti tra le due spie sono di sicuro il cuore drammaturgico del film, ma non siamo in zona Quentin Tarantino, il chiacchiericcio mi pare meno pretenzioso, sebbene altrettanto brillante. Merito di chi ha scritto, certo, ma anche della “chimica” perfetta, per tempie sguardi, tra John Malcovich e Sam Rockwell: l’uno (Chris) allo stesso tempo sgradevole e profondo, l’altro (Lee) rassegnato a svolgere un ruolo ingrato. Steve Buscemi, Parker Posey e Tom Waits, quest’ultimo in partecipazione speciale direttamente dalla Monument Valley cara a John Ford, s’intonano al registro generale di questo film che gioca e allarma, infine mostrando le logiche impietose e feroci care alla Casa Bianca sul piano internazionale. «Sparare alle persone cambia davvero le cose, partecipare alle marce serve solo a far scattare fotografie più nitide» teorizza cinico Chris.

Per una volta mi piace anche l’uso delle canzoni, tre in modo particolare, ciascuna delle quali evoca un mondo, un sentimento: “Gracias a la vida” di Violeta Parra, “I’m So Lonesome I Could Cry” di Hank Williams, “Out of Time” dei Rolling Stones. Il contesto complottistico, a tratti un po’ alla fratelli Coen, serve a McDonagh per aggiungere pepe allo scenario politico, ma senza che esso infragilisca lo studio psicologico dei personaggi, il loro stare al mondo tra pistole, fucili e ricatti.

A suo modo, “Wild Horse Nine”, nelle sale dal 5 novembre con Searchlight, è un antipasto involontario rispetto ai temi che saranno affrontati da Marco Bechis nel suo “Ritorno a Buenos Aires”, sempre in concorso qui alla Mostra tra pochi giorni.

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Sala stracolma e clima da stadio per “Bucking Fastard” del tedesco Werner Herzog, oggi secondo film in concorso, ma dopo averlo visto ci si chiede: che accidenti vuole raccontare? Il titolo è un lapsus linguistico, la locuzione corretta in inglese sarebbe «Fucking Bastard», più o meno maledetto bastardo: così, sbagliando, si espressero in tribunale le vere sorelle inglesi Freda e Greta Chaplin, nate nel 1943, anche se il regista di “Fitzcarraldo” trasporta il tutto in un’Irlanda più vicina a noi nel tempo, ribattezzando Jean e Joan Holbrooke le due protagoniste, incarnate rispettivamente da Kate e Rooney Mara, pure loro sorelle nella vita.

Herzog covava da anni il progetto, ora dedicato a David Lynch, ne parlò nell’autobiografia “Ognun per sé e Dio contro tutti”, addirittura frequentò le sorelle Chaplin (nessuna parentela nobile) prima di sentirsi a disagio e scapparne a causa delle attenzioni, diciamo erotiche, di cui fu fatto oggetto. Nell’incipit di “Bucking Fastard” siamo già oltre: le sorelle Holbrooke finiscono a processo per aver “molestato” e infine minacciato un maschio fessacchiotto a un passo dal matrimonio che pure non disegnò l’intimità con le due fanciulle. Le quali hanno questa specialità: parlano e rispondono all’unisono, come se le parole uscissero da un solo cervello, adottano gli stesi abiti e le stesse acconciature, agiscono in sincrono, senza per questo essere gemelle. Un mistero, e si sa che Herzog, sin dai tempi del sui “L’enigma di Kaspar Hauser”, ama le bizzarrie esistenziali e le anomalie sociali, i risvolti del presunto Normale. Le due mitizzano le Isole Orcadi, una sorta di paradiso in terra, e intanto debbono fare i conti con il perbenismo e la diffidenza, soprattutto con il loro spiazzante agire verbale e fisico. Il bello è che Jean e Joan amano davvero gli uomini che prendono di mira, il loro è un sentimento purissimo, certo strettamente collegato al sesso, e tutto ciò non può che far scandalo nella cattolica Irlanda.

Finché, passando da un tutore all’altro, non si mettono in testa di scavare un enorme tunnel per arrivare dall’altre parte della montagna, e lì dentro troveranno bellezze mai viste ma anche un senso di frustrazione.

Il film parte come una commedia eccentrica, e certo fa sorridere ascoltare le due sorelle, dagli sguardi maliziosi, esprimersi all’unisono, anche nelle pause, come fossero attrici eccelse e invece sgorgava tutto naturale. Ormai lontano dalla sua Germania, l’83enne Herzog firma un film certo spiazzante ma pure tedioso, si ammira la prova delle due sorelle Mara, la fotografia elegante di Peter Zeitlinger, meno la musica solenne di Ernst Reijseger; ma uscendo dalla sala ci si chiede, appunto: «Perché?».

Uscirà nei cinema italiani il 5 novembre 2026, distribuito da I Wonder Pictures. Auguri.

Michele Anselmi