L’angolo di Michele Anselmi 

Benché prodotto da Pietro Valsecchi per Mediaset, “Yara” ha debuttato prima su Netflix, dove risulta essere il più visto della settimana. Trattasi di un film, diciamo un tv-movie, diretto da Marco Tullio Giordana e scritto da Graziano Diana (su spunto del fattivo produttore lombardo). Leggo qua e là che qualcuno ha protestato, chi rimproverando delle imprecisioni tecniche sui sistemi di indagine ricostruiti sul piccolo schermo e chi lamentando il mancato consenso da parte della famiglia, ma mi sembrano contestazioni di poco conto, pretestuose, un po’ di lana caprina.
“Yara” non è un documentario sulla tragica fine della tredicenne bergamasca Yara Gambirasio, bensì un film, certo basato su carte, testimonianze e documenti, che adotta un punto di vista drammaturgico, com’è giusto che sia, cioè quello della sostituto procuratore Letizia Ruggeri. È lei, così diversa dall’Imma Tataranni tornata su Raiuno di martedì, la vera protagonista, e bisogna dire che la palermitana Isabella Ragonese, una delle migliori attrici che abbiamo oggi in Italia, sfodera la giusta misura nell’incarnarla.
Marco Tullio Giordana, a tre anni dal suo “Nome di donna”, si mette al servizio della sceneggiatura con funzionale ma non distratto mestiere, badando al sodo, ben sorretto dalla fotografia di Roberto Forza, nel solco di un cinema televisivo abbastanza classico, buono anche per la prima serata generalista.
Si parte dal 26 febbraio del 2011 quando il corpo devastato della sventurata ragazzina viene ritrovato da un aeromodellista un campo aperto a una decina di chilometri da Brembate di Sopra. Da lì si torna a tre mesi prima, a quel 26 novembre del 2010, quando Yara non fece ritorno a casa a ora di cena. E da lì parte il vero film: lo smarrimento dei genitori, la mobilitazione generosa del paese, l’arresto per errore di un giovane marocchino, la caciara provocata da un senatore leghista, le pressioni “dall’alto” sulla Procura, soprattutto la grinta della pm, venuta dalla Sicilia, considerata indocile e forse un po’ incapace perché donna.
“Ma è vero che ci sono gli orchi in giro che prendono i bambini?” domanda preoccupata la figlia della magistrata, e anche qui siamo in zona “fiction”, appunto per lasciare affiorare un legame a distanza tra quanto sopportato dai genitori di Yara e le umanissime paure di Letizia.
Alla fine, grazie a costose indagini a tappeto sul Dna congegnate dalla pm nella diffidenza generale, l’assassino di Yara, detto “Ignoto1”, avrà un nome: Massimo Bossetti. Il film si chiude con la sentenza del 1° luglio 2016: condanna all’ergastolo, anche se l’uomo continua ancora oggi dichiararsi innocente. Occhio all’ultima inquadratura.
Isabella Ragonese è azzeccata in questo ruolo un po’ diverso dai soliti: la sua pm alterna grinta e attenzioni, incalzata dal tempo che passa e pressata da chi vorrebbe toglierle il caso. Attorno a lei un contorno di bravi attori, alcuni dei quali cari a Giordana: da Alessio Boni a Thomas Trabacchi, da Mario Pirrello a Sandra Toffolatti, da Augusto Zucchi a Roberto Zibetti (la giovane Yara è interpretata da Chiara Bono).

Michele Anselmi