Sound & Vision

“I’m a creep”. “Sono un viscido”. Così recita la strisciante voce di Thom Yorke nell’iconico pezzo dei Radiohead. Questa frase deve essere stata certamente ripetuta come un mantra da Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, negli anni passati al college. Un solitario nerd ossessionato dalla carriera universitaria, disposto a ridicolizzare chiunque pur di dimostrare la propria superiorità. Dopotutto, il padrone dell’odierna “società delle piattaforme” è lo stesso inventore di “Facemash”, sito che oggettificava le studentesse, facendole competere tra loro, in un gioco perverso, con l’obiettivo di trovare la ragazza più attraente dell’università. Non è un caso, dunque, che il pezzo della band britannica appaia, cantato da un coro, nel trailer di “The Social Network”, pellicola del 2010 diretta da David Fincher.
Sin dal promo del film si capisce il ruolo di primo piano che il cineasta riserva alle musiche. Necessarie per tratteggiare la personalità controversa dell’opportunista fondatore dell’allora “The Facebook” e per rendere vivo il microcosmo, brulicante di idee, di Harvard. Il comparto sonoro musicale della pellicola è affidato niente meno che a Trent Reznor, leader della band industrial Nine Inch Nails, e ad Atticus Ross, suo sodale di lunga data. Il frutto della loro collaborazione varrà al duo un Oscar.

I due musicisti, affidandosi all’improvvisazione, realizzano una colonna sonora dai toni fortemente sperimentali. Ora elettronica, ora acustica, la OST suona esattamente come se fosse stata concepita da un’intelligenza artificiale, riuscendo allo stesso tempo, però, ad apparire intimista ed empatica. Glaciali sequenze di sintetizzatore ricordano la meticolosità di un informatico alle prese con la programmazione di innumerevoli stringhe di codice. Frangenti in cui abrasivi beat industriali si intrecciano con le taglienti chitarre cariche di distorsione di Reznor si alternano a sezioni in cui domina la calma e la stasi beatifica. I suoni cacofonici di “The Downward Spiral” si ibridano a quelli provenienti da “Ghosts”, album ambient dei Nine Inch Nails. Nel tema composto per il personaggio di Zuckerberg si staglia un nostalgico pianoforte, imbevuto in pozze di riverbero, adagiato sopra un dissonante ed instabile tappeto di archi. Allegoria di uno studente all’apparenza vulnerabile, ma che cova dentro di sé sentimenti ben più oscuri. Non è un caso che il tema venga riproposto più volte, sempre più distante ed ovattato. L’innocenza è ormai andata persa. L’impacciato studente è stato rimpiazzato dallo spietato CEO di una delle corporazioni più influenti al mondo. Un delirante tribalismo techno, composto da frenetiche casse dritte e hi-hat in controtempo, si leva dai corridoi del college, reti neurali di un humus sociale che ribolle come magma. Arpeggiatori sinusoidali sgorgano incessanti come un flusso di dati, una sequenza di zero ed uno che piove da uno schermo a cristalli liquidi. Colpisce la cover elettronica di “In The Hall of The Mountain King di Edvard Grieg” durante la scena della regata. Il pezzo viene trasfigurato talmente tanto da ricordare i pionieristici lavori di Wendy Carlos in “Switched On Bach” o i suoi arazzi sonori al servizio di Stanley Kubrick in “Arancia meccanica”.

La colonna sonora conferisce dinamicità e slancio alle immagini. Il senso di accelerazione che viene impresso alla pellicola dalle composizioni è lo specchio musicale della velocità con cui le sinapsi del protagonista progettano la sua parabola ascendente verso il successo. I meticolosi suoni robotici ben si adattano al modo di pensare cinico e razionale di un programmatore come Zuckerberg.
Nell’ultima sequenza del film il protagonista rimane vittima dello stesso sistema che ha contribuito a creare. Intrappolato in un loop infinito scandito dal vuoto gesto di cliccare sul mouse, si trova a fissare, annoiato, una pagina ricaricata più e più volte, in attesa di chissà quale gratificazione. Proprio in questo momento è possibile ascoltare un pezzo dei Beatles, spezzato sui titoli di coda dall’ultimo arazzo ambient della pellicola che sembra essere uscito da “Music for Airports” di Brian Eno. John Lennon ammonisce Mark Zuckerberg, l’utopia del 1968 si ribella davanti all’opacità di una multinazionale. “Baby, You’re A Rich Man”.

Gioele Barsotti