L’angolo di Michele Anselmi
“Avete mai pensato di morire?” si lascia sfuggire la Barbie-stereotipo incarnata da Margot Robbie, regina del magico mondo di Barbieland, e improvvisamente tutte le altre Barbie si bloccano, come inorridite. La domanda arriva come una scudisciata impertinente, pure imperdonabile, anzi illecita. Giovedì 20 luglio, in contemporanea mondiale, targato Warner Bros, esce in tutto il mondo, con l’eccezione del Vietnam per controversie varie, “Barbie” di Greta Gerwig, scritto con Noah Baumbach e dedicato alla celeberrima “fascion doll” inventata nel 1959 da Ruth Handler, pensando alla figlia Barbara. E proprio Barbara Millington Roberts è il nome per esteso di Barbie, la donnina bionda e perfetta murata viva nel suo mondo rosa e pastello, tutto sorrisi, salute e gesti commendevoli (fa niente se il biondo Ken soffre, sentendosi poco amato da Barbie e pure in conflitto con le altre variazioni di Ken).
S’intende realizzato d’intesa con Mattel, la nota casa costruttrice mette a disposizione l’intero catalogo, “Barbie” è un film d’autore inserito in un’abbagliante dimensione pop, pure costosa se è vero che il budget ha toccato i 100 milioni di dollari. Gerwing, attrice interessante, un po’ “alla” Woody Allen, e regista anche di una pregevole versione di “Piccole donne”, deve aver faticato non poco a trovare lo stile, lo sguardo e il senso di questa celebrazione del “mondo Barbie” in bilico tra divertimento cromatico e riflessione critica, dimensione iconica e affondo post-femminista.
Se avete visto il trailer, avrete già capito: la Barbie principale, quella che si lascia sfuggire la battuta sulla morte, viene spinta nel mondo reale, a Los Angeles, insieme al suo sempre più frustrato Ken, e lì, tra persone in carne e ossa che certo sfottono gli “alieni”, i due dovranno fare i conti con la vita vera, salvo poi tornarsene a Barbieland con qualcosa di mutato in testa e forse nel corpo.
Due quasi due ore, il film, e se la prima mezz’ora risulta divertente e maliziosa, anche spumeggiante, a partire dall’incipit che riproduce quello di “2001: Odissea nello spazio”, con le bambine al posto dei cavernicoli e la statuaria Barbie in costume zebrato anno 1959 al posto del monolite kubrickiano, poi il racconto si sfrangia, nonostante le canzoni da musical e le scenografie prodigiose. Tenere insieme tutto non è facile, e anche la prevedibile trasformazione di Barbie da donna asessuata e giuliva in donna sensibile e dotata di ovaie passa attraverso una sorta di estenuante pistolotto declamatorio, peggio: didascalico, troppo affidato alle parole che sentiamo pronunciare e poco alle dinamiche drammaturgiche.
In un gioco citazionista spinto all’eccesso, tutto viene frullato, dalla gloriosa serie tv “Orgoglio e pregiudizio” con Colin Firth e Jennifer Ehle al logo Warner Bros Discovery e ai sandali Birkenstock in opposizione ai tacchi 12; si motteggia anche su Margot Robbie che fa Barbie, come se la strizzatina d’occhio fosse un modo per destrutturare la trama e insaporire la satira di costume tra un riferimento e l’altro alla “società patriarcale”.
Non so bene a chi si rivolga un film così, certo sontuoso sul piano visivo (la fotografia è di Rodrigo Prieto) e scandito, nella versione originale, dalla bella voce narrante di Helen Mirren. Immagino alle mamme che sono cresciute nel culto di Barbie e magari hanno provato ad estendere la passione per quelle bambole-donne, via via non più solo bianchissime, bionde e immerse nelle loro linde casette pink, alle figlie scalpitanti.
Margot Robbie, 33 anni, australiana, reduce dalla struggente prova offerta in “Babylon” e qui pure coproduttrice, rende la sua Barbie con perfetta adesione fisica, s’intende lasciando affiorare il tormento inatteso della bambola iconica che aspira a una normale carnalità alla faccia dei sopravvenuti piedi piatti; mentre Ryan Gosling, palestrato e platinato, fa del suo infelice Ken un ometto ingelosito e irrisolto, la cui “tartaruga” s’affloscia sotto i colpi di una più consapevole virilità.
Michele Anselmi