L’angolo di Michele Anselmi
Doveva essere l’anno di “Oppenheimer”, anche per gli Oscar, e così è stato. Il kolossal dell’inglese Christopher Nolan, quasi 1 miliardo di dollari alla voce incasso planetario, s’è aggiudicato sette statuette su tredici candidature, e tutte “pesanti”, cioè nelle categorie che contano: miglior film, migliore regista, migliori attori protagonista e non protagonista, migliore fotografia eccetera. Troppo? Mi pare altamente inutile fare le pulci alle decisioni dei novemila e passa giurati, i quali devono aver pensato che “Oppenheimer” fosse il titolo giusto: parla di scienza applicata alla guerra, delle contraddizioni di un uomo che ha creato l’arma più micidiale, dell’ipocrisia politica e dei demoni personali. Il film ha messo d’accordo pubblico e critica, capita di rado, e poco importa, s’intende, che al sottoscritto sia apparso divagante e pure ridondante (visioni, rumori, profezie, musiche).
Come ormai saprete, “Io Capitano” del nostro Matteo Garrone è stato battuto sul fronte del Miglior film internazionale (un tempo si diceva “straniero”, cioè non girato in inglese) da “La zona d’interesse” dell’inglese Jonathan Glazer, che peraltro sta andando benissimo in Italia coi suoi 2 milioni e 800 mila euro al botteghino; i meriti di questo sguardo originale e rigoroso sul genocidio degli ebrei per mano dei nazisti sono sotto gli occhi di molti, e francamente non credo che il film stia avendo successo solo perché, come pure ho letto, “farebbe leva sul senso di colpa dello spettatore occidentale” (Paolo Mereghetti).
In ogni caso Glazer, intonandosi al clima del sit-in pro Palestina davanti al Dolby Theatre di Los Angeles, nel ritirare la statuetta ha scandito una frase molto applaudita dalla platea, che dice più o meno: “Il mio film mostra cosa può produrre la disumanizzazione. Parla anche del nostro oggi. Siamo qui come uomini: l’essere ebrei e la memoria dell’Olocausto non possono dirottare l’attenzione da un’occupazione militare che ha portato all’uccisione di così tante persone innocenti. I morti del 7 ottobre in Israele e quelli degli attacchi in corso a Gaza sono le vittime di questa disumanizzazione. Come possiamo accettarlo?”.
Meno politica, invece, la dichiarazione dello sconfitto Garrone: “È stato un viaggio fantastico, una grande avventura. Ringrazio tutti coloro che ci hanno supportato in Italia in questo periodo, che hanno tifato per noi (…). E il viaggio non finisce qui perché ad aprile andremo in Senegal dove tutto è iniziato: porteremo il film nei villaggi più remoti con degli schermi mobili”. Bene.
Dicevamo degli attori: sul fronte maschile hanno trionfato il protagonista Cillian Murphy e il non protagonista Robert Downey Jr, entrambi per “Oppenheimer”; mentre su quello femminile mi pare difficile contestare le statuette andate alla protagonista Emma Stone per “Povere creature!” e alla non protagonista Da’Vine Joy Randolph per “The Holdovers – Lezioni di vita”. Resta a bocca asciutta la toccante interprete native-american Lily Gladstone di “Killers of The Flower Moon”, ma s’era subito capito che il tardo-western di Martin Scorsese, sebbene così intenso e torrenziale, non avrebbe ricevuto soverchia attenzione al banchetto degli Oscar. Vale del resto anche per “The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne, una storia profonda che non vive solo della magnifica prova di Paul Giamatti, peraltro snobbato.
Da anni, confesso, non vedo più la “serata” degli Oscar, perché passa troppo tardi in tv e perché non m’interessa granché. Leggo che l’ospite di casa Jimmy Kimmel s’è limitato a pilotare il traffico dello show senza offendere nessuno, in modo da non rimediare uno schiaffo come successe nel 2022 a Chris Rock per mano di Will Smith; l’unico brivido, diciamo, è venuto dal muscoloso John Cena che s’è presentato completamente nudo sul palco: solo la busta contenente il nome del miglior costumista a nascondere le pudenda.
Michele Anselmi