L’angolo di Michele Anselmi
Forse lo sapete: Jack Lemmon (1925-2001) è uno dei miei attori preferiti, in assoluto. Mi piace sempre, sia nella commedia sia nel dramma, ma confesso che non l’avevo mai visto in un film western. Del resto, per sua diretta ammissione, non amava le praterie, e forse solo per una questione di soldi, prima di girare capolavori come “A qualcuno piace caldo”, “L’appartamento” e “Salvate la tigre”, nel 1958 accettò di apparire accanto a Glenn Ford in “Cowboy”, diretto dal pur bravo Delmer Daves su sceneggiatura di Dalton Trumbo, ormai fuori dall’incubo maccartista. Visto che lo davano stasera su Raimovie, ho voluto colmare la lacuna.
Certo, è difficile pensare a Lemmon come a un mandriano a cavallo, con tanto di cappellone, stivali, speroni, cinturone, Winchester, bandana e sovrapantaloni di cuoio (i “chaps” in gergo), tuttavia l’attore prediletto di Billy Wilder lo stesso riuscì a rendere accettabile il personaggio, un po’ inverosimile, di Frank Harris. Chi è? Un consierge d’albergo di Chicago, pure dedito alla poesia, che sul finire dell’Ottocento si ritrova, per amore di una bella messicana, a fare il vaccaro nella banda del veterano Tom Reece, ovvero Glenn Ford, uno che di western s’intendeva davvero.
Billy Crystal avrebbe fatto qualcosa del genere, molti anni dopo, nel 1991, con “Scappo dalla città – La vita, l’amore, le vacche”, e magari s’ispirò proprio a Lemmon nel rendere l’iniziale e buffo imbarazzo di quel suo cowboy metropolitano.
Nel film di Daves, appena 92 minuti, non proprio memorabili ma qua e là molto realistici, Lemmon s’impadronisce alla svelta del mestiere, fin troppo, trasformandosi presto in un provetto e furente mandriano, persino troppo interessato ai soldi per essere uno che aveva mollato Chicago inseguendo un amore impossibile. Nel film fa a botte, spara agli indiani, raduna il bestiame disperso e s’inerpica a razzo sulle alture dei canyon.
Confesso: ho faticato un po’ a crederci, e tuttavia Lemmon è Lemmon. Alla fine il suo Frank Harris, che voleva giocare ai cowboy, diventa un provetto cowboy, attraversando esperienze drammatiche e sconfiggendo il cinismo acquisito durante l’estenuante viaggio a cavallo. Magari l’attore si divertì un mondo a girare quel western o magari per nulla, essendo poco attratto dalla sella e dalla polvere. Nondimeno trattasi del “genere dei generi”, che tutto racchiude e permette, anche di frullare gli ingredienti più diversi, tenendo d’occhio l’epica e la cotica del Grande Paese.
Michele Anselmi