L’angolo di Michele Anselmi
Un regista atipico, per molti versi geniale, anche un artista poliedrico, spiazzante, oltre che un attore interessante, come aveva dimostrato di recente incarnando mirabilmente John Ford nel bel film di Steven Spielberg “The Fabelmans”, 2022. Se ne va a 78 anni, era malato da tempo, David Lynch, uno di quei cineasti che, al pari dei grandi, era diventato anche un aggettivo: lynchiano, nel senso di uno stile, di un punto di vista. Veniva dal Montana, lo Stato dei cowboy, e per alcuni versi Lynch, benché considerato un artista metropolitano e cosmopolita, aveva dimostrato di saper raccontare il cuore rurale di una certa America: penso allo straordinario “Una storia vera”, per niente un film minore nella sua non ricca cinematografia: dieci lungometraggi, tra i quali “The Elephant Man”, “Velluto blu”, “Cuore selvaggio”, “Mulholland Drive”; cinque serie televisive, a partire dal fondamentale, innovativo, stupefacente (e molto copiato) “I segreti di Twin Peaks”. Un uomo colto e raffinato, di una bellezza intensa, non convenzionale, a suo modo un dandy, ma capace di scandagliare i peggiori incubi e di sondare la complessità dell’animo umano, inventando allo stesso tempo un’estetica cinematografica.
Michele Anselmi