L’angolo di Michele Anselmi
In vena di cine-ricordi senili, insieme all’amico Giovanni Spagnoletti ci siamo messi a fare l’elenco di quei registi americani che tanto ci piacquero da giovani, negli anni Settanta e Ottanta. Sono rimasti in pochi ad essere vivi: attivi davvero solo Martin Scorsese, Steven Spielberg, Michael Mann e in parte Paul Schrader; ormai fuori dal giro o malandati Francis Ford Coppola, Lawrence Kasdan, John Landis, Joe Dante, George Lucas, Brian De Palma, John Carpenter, Roger Spottiswoode e John Milius; se ne sono andati da tempo Sydney Pollack, Arthur Penn, Jonathan Demme, Peter Bogdanovich, Michael Cimino, Monte Hellman, George Roy Hill, Robert Altman, Richard Brooks, William Friedkin, Ted Kotcheff, Mike Nichols, Peter Yates, Sam Peckinpah, Richard Sarafian, Alan J. Pakula, i più anziani Don Siegel e Robert Aldrich, s’intende Stanley Kubrick eccetera. Giravano film che nessuno oggi produrrebbe più a Hollywood e dintorni, capaci di essere allo stesso tempo d’autore e popolari, spesso fuori da canoni espressivi consolidati, almeno fino a quando anch’essi non vennero considerati “maestri”.
Lo so, ne ho dimenticato uno: Walter Hill, classe 1942, colui che si sarebbe imposto nel 1979 con “I guerrieri della notte” e che ogni tanto, se gli capita, riesce ancora a fare qualcosa: l’ultimo, un piccolo western così così, “Morto per un dollaro”, risale al 2022 e fu accolto fuori concorso alla Mostra di Venezia di quell’anno.
A noi filmofagi di quella generazione Hill è sempre piaciuto, per quel suo muoversi tra i generi (polizieschi, western, ritratti storici, thriller, azione) con spirito gagliardo e sottigliezze inattese, badando al sodo del racconto, ma senza rinunciare a uno stile fortemente personale, anche nell’uso della musica, a partire dalla sua collaborazione con Ry Cooder.
Reduce da quella chiacchierata con Spagnoletti, ieri sera mi sono accorto che su Netflix davano “L’eroe della strada”, l’esordio alla regia di Hill, risalente al 1975. Lo ricordavo poco, così ho voluto rivederlo. In originale “Hard Times”, il film proponeva due star allora piuttosto in voga, Charles Bronson e James Coburn, ma non fu un successo. Solo tre anni dopo, con “Driver l’imprendibile”, Hill avrebbe fatto il salto verso la popolarità.
Eppure “L’eroe della strada”, nel suo essere ancora acerbo, custodisce molto del futuro regista di titoli come “I cavalieri dalle lunghe ombre”, “48 ore”, “Geronimo” e naturalmente il già citato “I guerrieri della notte” (solo il sapiente Beniamino Placido colse all’epoca che era una geniale reinvenzione newyorkese del libro “Anàbasi” di Senofonte).
Bronson e Coburn avevano già recitato insieme in filmoni come “La grande fuga” e “I magnifici sette”, chissà che cosa li spinse, oltre alla paga, a favorire il debutto di quello sceneggiatore emergente. Se non l’avete mai visto, “L’eroe della strada” è ambientato negli anni della Grande Depressione, nell’incipit c’è un omaggio a “Furore”: infatti a scendere da un vagone merci, nel 1933, è il laconico Chaney (Bronson), un vagabondo di cui nulla sapremo per tutto il film. Ben piazzato, nonostante la non più giovane età, lo straniero si fa subito strada nel mondo degli incontri clandestini di pugilato a mani nude, attirando l’attenzione del manager Spencer “Speed” Weed (Coburn), uno sempre alla ricerca di nuovi talenti. La società tra i due funziona, fioccano le scommesse e si moltiplicano i verdoni, ma Speed, vitalista e spendaccione, si ritrova nei guai con un usuraio, sicché toccherà a Chaney il compito di salvarlo da una brutta fine.
Qua e là spira un’aria da “La stangata”, ma senza gli affondi di commedia, e certo il film non regala forti impennate drammaturgiche: ma incuriosisce il ritratto d’ambiente (tutto quel commercio di ostriche a New Orleans), lo scarso uso di musica, l’assenza di dettagli cruenti nella ricostruzione degli incontri, insomma il tono un po’ da ballata epica e malinconica. Com’era arrivato, Chaney se ne va risalendo su un treno merci, diretto «verso nord», lasciando senza troppi rimpianti Speed e il suo amico medico tossicomane che ama i gospel neri.
Se interessa, consiglio di vederlo in inglese con i sottotitoli. All’epoca Bronson e Coburn furono doppiati dai pur bravi Renzo Montagnani e Renato Turi, ma vi assicuro che le loro vere voci possedevano tutt’altro timbro, forza, espressività, verità.
Michele Anselmi