L’angolo di Michele Anselmi
“Era insaziabile. E di una tenerezza infinita” confessa Blanche all’inizio. La donna è ancora bella, ma il suo volto è teso, rabbuiato, lo sguardo spento. Parla con qualcuno, che scopriremo, più tardi, essere la sua avvocata. Esce domani, 2 maggio, con Movies Inspired, “Il coraggio di Blanche”, film francese diretto da Valérie Donzelli, 51 anni, una regista che si occupa spesso di rapporti di coppia e dintorni, da “La guerra è dichiarata” a “Main dans la main”.
In originale intitolato “L’amour et les forêts”, come il romanzo di Éric Reinhardt che fa da spunto, “Il coraggio di Blanche” si distacca dalla pagina scritta, specie nello spirito, per trasformarsi in una lenta discesa agli inferi vissuta dalla protagonista eponima, dentro uno stile che passa dal lirismo romantico al realismo noir, fino a lambire l’incubo coniugale.
Siamo un po’ dalle parti di “A letto con il nemico”, quel vecchio film con Julia Roberts e Patrick Bergin, anche se il copione di Donzelli e Audrey Diwan lavora più di fino, senza accensioni horror, mostrando come lo scorrere del tempo possa far affiorare, nel maschio immaturo, gelosie incontrollate, un senso di possesso/controllo che prelude a scenate feroci, anche a scatti di violenza.
Donzelli parte dall’oggi per tuffarsi subito nel passato, quando Blanche Renard, bella insegnante di francese che cita Marivaux, Verlaine e de Musset, viene trascinata dalla sorella gemella Rose a una festa sul mare (siamo a Caen, in Bretagna). Lì la giovane donna incontra, dimagrito e belloccio, un uomo che conobbe da ragazza: Grégoire Lamoureux (nomen omen). Lui è gentile, coinvolgente, romantico, lei ci va subito a letto e i due presto diventano una coppia che pare uscita da un film di Jacques Demy (si rispondono cantando in auto, come in un musical).
“Alla mia età non ho più voglia di essere saggia” scandisce Blanche alla madre che le suggerisce di rallentare, sentendo puzza di bruciato, invece lei molla la scuola e si trasferisce con Grégoire a Metz, a un passo dalla Germania, dove non ha amici, non ha un lavoro, il clima è più rigido e le foreste incombono. E intanto sono nati due figli: il che ha reso il marito, ormai avaro di tenerezze e attenzioni, un uomo ancora più ossessivo e molesto, soffocante e pedinatore: un potenziale “nemico”, anzi “un mostro” (è lui stesso a riconoscerlo in un drammatico dialogo). Cos’altro deve succedere perché Blanche trovi il coraggio di reagire?
Il film ogni tanto s’appanna sul piano dello stile, forse lavorando sui registri più diversi, anche cromatici; e qualcosa, a mio parere, non torna nella scansione degli eventi, a tratti un po’ prevedibili. Ma consiglio comunque di vederlo: uomini e donne vi troveranno motivi di interesse, anche di acuta riflessione.
Forse sapete che Virginie Efira è una delle mie attrici preferite, in assoluto: qui incarna, lavorando molto sulla voce e sui capelli, sia Blanche sia la gemella Rose, dimostrando di essere una interprete cangiante e duttile, dotata di una femminilità prorompente ogni volta ben disciplinata alle storie (presto la vedremo in “Niente da perdere” in un ruolo all’opposto). Mentre Melvil Poupaud, l’infido marito in “Un colpo di fortuna” di Woody Allen, arpeggia sulla tastiera dell’ambiguità maschile, facendo di Grégoire un uomo dai sentimenti tossici, insieme fragile e molesto, uno da cui scappare alla svelta. Perché non è vero, come scandisce una canzone che ascoltiamo nel film, che “on s’aime pour la vie / on s’aime toujours”.
Michele Anselmi