L’angolo di Michele Anselmi
In fondo “Samad” è un film sull’eterno dilemma morale: decidere da che parte stare. Ma la vita, spesso, è più complicata, ci si può sentire in bilico tra un mondo e un altro, in cerca di una possibile via mediana, col rischio di passare per “traditori” o “infedeli”. Un classico della drammaturgia cinematografia, che torna in questo piccolo film del documentarista Marco Santarelli, producono The Film Club e Kavac Film con Rai Cinema (in sale mirate da lunedì 13 maggio).
Il Samad del titolo è un giovane marocchino appartenente a una gang di spacciatori nordafricani. Dopo cinque minuti di film viene arrestato insieme agli altri, e due anni dopo lo vediamo completamente cambiato. Ha pagato il suo conto con la giustizia e adesso fa il giardiniere con la cooperativa Baobab, siamo a Bologna: s’arrampica sugli alberi e li pota. “Dai marocchino, scendi!” gli fa il collega italiano, ma con affetto. Il problema è che sta convertendosi al cristianesimo, nell’esecrazione della sorella e degli amici. Del resto la madre era cattolica, e soprattutto il saggio prete padre Agostino, che ha imparato l’arabo e lavora coi carcerati, esercita su di lui un benefico influsso.
A tal punto che il giovanotto, sia pur controvoglia, accetta di partecipare a un incontro, nel carcere in cui scontò la pena, con detenuti di varia nazionalità, nella speranza di un confronto positivo, affinché possa raccontare la sua nuova vita da uomo libero. Ma è la giornata sbagliata: una rivolta fa esplodere la rabbia e il risentimento dei detenuti, alcuni dei quali decidono di barricarsi nella biblioteca della prigione. Il povero Samad si troverà a dover scegliere chi essere: musulmano o cristiano, complice oppure ostaggio.
Il limite di “Samad”, a mio parere, sta nella drammaturgia un po’ naïve adottata dal regista. Anche se fosse tutto vero, e spezzoni di telegiornali su una rivolta carceraria rafforzano l’effetto, appaiono un po’ tagliate con l’accetta le dinamiche del sequestro: dentro quella stanza e fuori di essa. Sappiamo di che ferocia gratuita possono essere capaci le guardie carcerarie (guardata cos’è successo al “Beccaria” di Milano), ma al cinema la verità, per arrivare allo spettatore, ha bisogno di una rielaborazione estetica, che si misura con le facce degli attori, ciò che dicono e come lo dicono, la messa in scena della violenza, la verosimiglianza delle situazioni.
Ciò detto, “Samad” è un esordio interessante, generoso, duro, originato da una concreta esperienza sul campo, con uno splendido incipit. “L’idea mi è venuta filmando ore e ore di incontri tra un volontario religioso di fede cattolica e un gruppo di detenuti musulmani, su temi legati ai principi della Costituzione italiana e delle Costituzioni arabe” spiega il regista 52enne, senza nascondere contrasti e fatiche. Mehdi Meskar e Roberto Citran incarnano Samad e padre Agostino, in uno bello scambio di sguardi e parole; mentre Marilena Anniballi e Luciano Miele fanno la giornalista un po’ sventata e il capo delle guardie carcerarie che prova a mediare.
Michele Anselmi
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DOVE VEDERLO. Partirà il 13 maggio da Piacenza, con una doppia proiezione alla presenza del regista, alle 12.00 al carcere “Le Novate”, dove il film è stato girato, e alle 20.30 al cinema Corso, il percorso di “Samad”, il primo lungometraggio di Marco Santarelli con Mehdi Meskar, Roberto Citran, Marilena Anniballi e Luciano Miele. Il 14 maggio il regista e Roberto Citran accompagneranno il film a Bologna, alle 20.30 al cinema Tivoli, mentre mercoledì 15 alle 13.00 il film sarà proiettato al carcere di Reggio Emilia e la sera, alle 21.00, in sala al cinema Rosebud. Il percorso del film, accompagnato da regista e cast, continuerà poi a Roma al Nuovo cinema Aquila il 20 e 21 maggio e il 22 al cinema Farnese.