Giovani donne alla ricerca della propria identità, il rapporto con la madrepatria nella diaspora, lo scontro tra culture differenti. I cortometraggi presentati in concorso all’Euro Balkan Film Festival 2025, divisi tra fiction e documentari, affrontano tematiche eterogenee, offrendo uno sguardo sul mondo balcanico del presente e del passato. Si tratta di dodici piccole opere, accuratamente selezionate tra le produzioni degli ultimi due anni di Paesi come la Croazia, la Slovenia, la Bosnia ed Erzegovina, la Bulgaria. Alcuni di essi hanno già ottenuto importanti riconoscimenti in precedenti Festival cinematografici, come “I’m Glad You’re Dead Now” di Tawfeek Barhom, la storia di due fratelli che affrontano la morte del padre, vincitore della Palma d’Oro al miglior cortometraggio all’ultimo Festival di Cannes. La Giuria delle Radio Universitarie, rappresentante dell’associazione RadUni e di Cinemonitor, ne ha selezionati quattro per l’assegnazione di due categorie di premi, “Youth Perspective” e “Best Music”.
“Youth Perspective”, dedicato ad opere che inquadrano il contesto giovanile, oppure che offrono una prospettiva nuova sul mondo balcanico, premia due cortometraggi dal gusto differente, l’uno più visionario ed emotivo, l’altro più distruttivo e cinico. “Eraserhead in a Knitted Shopping Bag” di Lili Koss ha per protagonista la dodicenne Ro, che vive nei pressi di una centrale elettrica, un contesto industriale e degradato. Nel suo mondo gli adulti sembrano assenti, ci sono solamente ragazzi più grandi di lei, che la trattano con prepotenza. Abbandonata a sé stessa, c’è una passione che le offre un diversivo dalla realtà, quella per i film in videocassetta. Vuole trovarne uno in particolare, “Eraserhead” di David Lynch, operazione che non si rivelerà affatto facile. La giovane parte in un’avventura in cui mette in gioco tutta la sua astuzia per superare gli ostacoli del mondo esterno. Però quell’horror surreale, in bianco e nero, poco adatto alla sua età, vale quel sacrificio, perché simbolo di qualcosa di più grande. L’arte, in questo caso quella cinematografica, ha qui un potere salvifico, in grado di rendere più sopportabili le ingiustizie della vita reale. Tra la spettatrice e la pellicola nasce inoltre una dinamica di identificazione. Anche Henry, protagonista lynchiano, vive in un ambiente industriale, tra ciminiere che rilasciano fumo nero e binari di ferrovie fatiscenti. Un rispecchiamento che si trasforma in un montaggio parallelo tra i due film, in un finale emotivo e confortante. “Unspoken” di Damian Walshe-Howling ha invece un tono più tragico ed un tema politico, e traccia la fotografia di un preciso momento storico, attraverso le dinamiche di un microcosmo famigliare. Siamo nel 1979, a Sydney, anno in cui esplodono violente proteste per l’indipendenza della Croazia dalla Jugoslavia. La protagonista Marina è figlia di immigrati conservatori, che difendono le ragioni dei propri conterranei. Ha una relazione segreta con un ragazzo australiano, i cui parenti invece tollerano poco la presenza degli stranieri. Il loro rapporto risente della differenza culturale, ma entrambi desiderano che le proprie famiglie possano andare d’accordo. Purtroppo, la loro speranza si rivelerà vana. In un’atmosfera narrativa in crescente tensione, viene scoperta non solo la relazione tra i due ragazzi, ma anche che uno dei fratelli di Marina è rimasto gravemente ferito negli scontri in piazza. E, proprio quando sembra nascere un sentimento di empatia tra i personaggi, si verifica quanto di più meschino possa accadere. Lo sguardo giovane, in questo caso, è troppo ottimista ed ingenuo, esce sconfitto di fronte alla forza preponderante della Storia. Esso rappresenta però un invito, in anticipo con i tempi, all’integrazione culturale, in un modo che si verificherà solamente nei decenni successivi.
Il premio “Best Music” va invece ad altri due cortometraggi, anch’essi molto validi a livello contenutistico, ma nei quali la musica è particolarmente in grado di accrescere la potenza espressiva delle immagini. “Balkan, Baby” di Boris Gavrilović racconta dell’incontro, in occasione di una vacanza estiva, tra due donne balcaniche, che vivono in modo diverso la propria condizione di emigrate in Germania. Martina, la più adulta, si sente quasi interamente tedesca, nonostante il cognome slavo che porta, e a malapena parla la sua lingua madre. Dunja è invece più giovane, esuberante ed impulsiva, un carattere, direbbe lei, da “vera donna balcanica”. La ragazza è più legata alle sue origini rispetto all’altra, tiene a mantenere i legami con la sua famiglia in Bosnia e con la sua cultura. Martina, in rapporto con Dunja, riscopre in sé stessa la compresenza di due differenti identità culturali. Vivaci musiche balcaniche accompagnano tutto il cortometraggio, rappresentando l’anima slava della protagonista che riemerge. Finora era sempre rimasta sullo sfondo, nascosta dietro un carattere quieto e misurato. Infine, in “Majonezë” di Giulia Grandinetti, la colonna sonora è utilizzata come sottofondo della ribellione di un’adolescente, Elyria, che fugge dal contesto patriarcale in cui vive. Il padre, autoritario ed oppressivo, soffoca ogni suo tentativo di indipendenza, e decide di farla sposare al migliore offerente. Lei, che frequenta in segreto un coetaneo, non è dello stesso avviso. Durante i preparativi del matrimonio, decide di salvarsi da sola: mette in moto il pickup e, vestita da sposa, fugge il più lontano possibile. Tutto il comparto tecnico è qui notevole, dallo splendido bianco e nero della fotografia alla regia elegante, che alterna panoramiche fluide e movimenti frenetici della macchina a mano. La musica, inizialmente cupa e stridente, diviene più vitale man mano che la protagonista si allontana dal contesto in cui vive. Vi sono percussioni ritmiche, un valzer movimentato, anche un brano drammatico al violino, che accompagnano quella fuga desiderata ma sofferente. Elyria ricorda tanto la sposa di “Kill Bill”, ha uno sguardo sfidante e deciso, ma non pronuncia mai una parola, come se non avesse diritto ad esprimere opinioni. Solo sul finale esce da quel mutismo, per compiere un passo piccolo ma significativo, simbolo della sua nuova indipendenza e libertà.
Martina Genovese