L’angolo di Michele Anselmi

Il Joker canterino del secondo capitolo non piacque ai festivalieri, un mese fa alla Mostra del cinema di Venezia, e anche i critici rimasero perlopiù freddini, alcuni dei quali invocando addirittura il fuori concorso, benché il primo episodio avesse vinto il Leone d’oro. Ricordo un tizio accanto a me, in Sala Grande, che appena Joaquin Phoenix o Lady Gaga intonavano una delle tante canzoni faceva un verso strano, borbottava a voce alta e si metteva a compulsare il cellulare invece di andarsene lasciando in pace i vicini.
Io continuo a pensare, invece che “Joker: Folie à Deux”, specie se visto in inglese coi sottotitoli per dribblare la disarmonia tra parti parlate e parti cantate, sia un film da non perdere, un seguito per nulla scontato di quel “Joker” che nel 2019 raggranellò più di 1 miliardo di dollari in tutto il mondo. Esce con Warner Bros giovedì 3 ottobre e mi saprete dire, se vi andrà.
Dal Lido usai tre aggettivi per definirlo: “conturbante, dolente, spiazzante”. Non li cambierei. L’atteso film di Todd Phillips dura 138 minuti e mi auguro che gli spettatori paganti sappiano prenderlo meglio dei cinefili veneziani. Io lo trovo bello, per nulla banale, anche nell’uso delle canzoni, una quindicina di brani evergreen ricantati dai due divi in cartellone, secondo una logica drammaturgica che andrebbe capita e accettata, sennò scatta solo l’impazienza.
Tre piani s’intrecciano, infatti, in questo capitolo secondo, costato la bellezza di 200 milioni di dollari. C’è il versante carcerario, il versante processuale, il versante onirico/fantastico; e solo quest’ultimo, pensato “per creare qualcosa di folle e temerario” (parola del regista), contiene le canzoni scelte in una chiave di contro-narrazione poetica e romantica rispetto alla crudeltà degli eventi. Qualche titolo? “When the Saints Go Marchin’ in”, “Get Happy”, “To Love Somebody”, “When the World Needs Now Is Love”, “Gonna Build a Mountain”, “My Way”, “That’s Life”, “Ne me quitte pas” in inglese, soprattutto “That’s Entertainment” dal musical “Spettacolo di varietà” del 1953, pure mostrato in una celebre sequenza.
Introdotto da un breve cartone animato vecchio stile su “Joker e la sua ombra” che però diventa sanguinario strada facendo, il film ci trasporta subito nella turrita prigione di Arkham, unito da una striscia d’asfalto a Gotham City. Lì, ormai scheletrico e catatonico, sfottuto dalle guardie perché non fa più ridere, giace da quattro anni Arthur Fleck, meglio noto come Joker. Nell’altro film uccise cinque persone (anzi sei, la madre non era finita nel conto), terremotando non poco il televisivo “Murray Franklin Show”. Ma oggi sembra un relitto d’uomo rincoglionito dal bromuro, anche se una commissione d’esperti l’ha appena reso processabile per tutti quegli omicidi.
Fa una certa impressione vedere, nell’incipit, Joaquin Phoenix che si trascina a fatica in prigione, con 23 chili in meno, frutto di una dieta pazzesca fatta in tre mesi e non di un effetto speciale digitale. Per buona condotta Fleck viene inoltrato ogni tanto nella sezione “di minima sicurezza” dove i detenuti cantano in coro “Will the Circle Be Unbroken”, e lì conosce una certa Harleen “Lee” Quinzel, cioè Lady Gaga, che lo idolatra ancora come Joker.
Pare amore a prima vista, complice la musica interiore che armonizza i cuori; infatti il criminale con la faccia da clown trova la voglia di rimettersi in gioco, mentre i suoi fan ne invocano la liberazione per strada. Ma chi ama davvero Harleen? Il tumefatto Fleck o il malvagio Joker?
“Joker: Folie à Deux”, scritto da Phillips con Scott Silver, è un film desolato, malinconico, dal décor anni Settanta, sull’identità smarrita e scissa, anche sulla mitologia del Male, la natura gasata dei tumulti sociali, le illusioni dell’amore, la condanna a rifare sé stesso per piacere; certo non possiede la potenza espressiva del primo, il sottofinale risulta mal spiegato, ma proprio questa dimensione canterina, a suo modo astratta, mi sembra la trovata giusta per ripescare l’infelice psicotico dalla risata ghignante e dargli finalmente un po’ di pace.
Sfizio cinefilo: in un cinema scalcinato che si vede in una scena danno “A Bucket of Blood” di Roger Corman, 1959, probabilmente un omaggio al regista da non molto scomparso. In Italia uscì come “Un secchio di sangue”.

Michele Anselmi