L’angolo di Michele Anselmi
Si torna a parlare di Goliarda Sapienza (1924-1996), grande scrittrice catanese, donna irregolare, controversa, scheggiata. L’anno scorso Valeria Golino, in veste di regista, presentò al festival di Cannes la miniserie “L’arte della gioia”, dal romanzo di Sapienza uscito postumo nel 1998 dopo infiniti rifiuti editoriali; ieri, sempre a Cannes, è passato in concorso “Fuori”, il film di Mario Martone incentrato su una dolorosa esperienza umana vissuta dalla scrittrice, ed è proprio Golino a incarnarla sul grande schermo. Da domani, giovedì 22 maggio, sarà nelle sale italiane, targato 01 Distribution.
Bisogna sapere che nell’ottobre del 1980 la scrittrice passò cinque giorni nel carcere di Rebibbia per aver rubato dei gioielli ad un’amica e averli rivenduti a un Banco dei pegni mostrando una falsa carta d’identità. Cinque giorni “al gabbio” non sembrano una gran pena, ma per Sapienza rappresentarono una cruciale svolta esistenziale, a suo modo positiva, fertile: “dentro” trovò delle amiche vere, poi frequentate “fuori”, specialmente una, Roberta, una tosta eroinomane forse coinvolta nella lotta armata di tipo politico. Una volta uscite dal carcere, in una Roma assolata, estiva, svuotata, nacque tra le due donne, così diverse per età, origini e cultura, un legame misterioso, inatteso.
Scritto da Martone insieme alla fedele Ippolita Di Majo, il film liberamente s’ispira ai due libri autobiografici su quei fatti: “L’università di Rebibbia” e “Le certezze del dubbio”. E proprio a pagina 88 del secondo romanzo si legge questa confessione: «Mai la vicinanza carnale di una donna, delle tante da me amate mentalmente, aveva risvegliato i miei sensi. E perché, natura maligna, mettermela sotto il naso proprio quando, appagata dall’incontro con un uomo (o ne è proprio questa la causa), avevo riposto il mio lato omosessuale nel cantuccio sereno della sublimazione dove, a dispetto di tutte le mode, c’è anche felicità?»
Avrete capito che il film, lungo quasi due ore, ricostruisce quest’amicizia strana e imprevedibile, a suo modo “incestuosa”, almeno nella prospettiva di Roberta, la quale sembra trovare nella scrittrice 56enne, una “signora” squattrinata ma con casa ai Parioli, una sorta di madre/amante/amica. Ormai disinteressata ai vacui salotti intellettuali, o forse da essi respinta, Goliarda si sente meglio, più risolta, frequentando in giro per la città Roberta, Barbara, “James Dean”, Suzie Wong (le altre, da Teresa a “Mamma Roma”, sono rimaste dietro le sbarre).
La controprova viene da una frase che sentiamo echeggiare: «Quelle donne a Rebibbia stanno dentro anche quando stanno fuori. Non ne escono. E così, quando stiamo insieme, mi sento dentro anch’io: libera». Sembra un paradosso, ma racchiude il senso di questo cine-racconto girovago, nomade, quasi un flusso di coscienza, segnato da un andirivieni temporale che lentamente si placa, da un senso di smarrimento e confusione, forse di tragedia incombente.
Del resto, come da lei confessato, Goliarda Sapienza scriveva per «stronarsi»: verbo bizzarro, quasi una variazione di «stonarsi» ma con un significato più intenso, quasi tossico, a evocare una maniera estrema di mordere la vita, pure di dare scandalo, di convivere con la devianza e l’indigenza.
Questo nuovo film di Martone, che arriva a tre anni da “Nostalgia”, ha un andamento ondivago: a tratti sembra inerte, come se girasse un po’ a vuoto, ma subito dopo offre momenti di intensa complicità femminile, vibrante di erotismo, con qualcosa che sta, per quanto possa suonare arbitrario, tra certe atmosfere di Pasolini, Pietrangeli e Antonioni.
Non saprei dire fino a che punto Valeria Golino restituisca appieno il piglio polemico, ribelle, della vera Goliarda Sapienza (occhio ai titoli di coda), ma certo l’attrice si mette in gioco anche fisicamente, mostrandosi nuda, come risucchiata in quel mondo proletario nel quale intravvede una vitalità sconosciuta al suo ambiente esangue, borghese. Matilda De Angelis, nel ruolo di Roberta, si conferma interprete sottile e verace, cangiante, dotata di una forte personalità anche vocale; mentre Elodie porta nel personaggio di Barbara, decisa ad aprire una profumeria nella periferica via dell’Acqua Bullicante, una bellezza selvatica, prorompente e scaltra. In ruoli minori, ma ben disegnati, anche Luisa De Santis e Sonia Zhou (sì, la famosa ristoratrice cinese di piazza Vittorio).
“Fuori” offre un’apprezzabile ricostruzione d’ambiente, pur con qualche distrazione, e certo si fanno notare la fotografia di Paolo Carnera e il montaggio di Jacopo Quadri. Convince poco, invece, l’uso della musica, firmata da Valerio Vigliar: ce n’è troppa, come in tutti i film italiani, e pure incongrua, a mio parere, a partire da quelle cinque canzoni in inglese del “guru” Robert Wyatt, tra le quali spunta “Round Midnight”. Producono Indigo Film, The Apartment e Rai Cinema.
Michele Anselmi
PS. Vedrete che tutti parleranno, magari con una punta di morbosità, della sequenza che ritrae le tre donne, Goliarda, Roberta e Barbara, intente a fare la doccia insieme. Tra detto e non detto.