L’angolo di Michele Anselmi
Troppi denti bianchissimi, come dopo una lunga seduta dal dentista per divi; per non dire di quelle labbra vistosamente rimpolpate. Il tutto nel lontano West del 1854, prima della Guerra civile, nell’impervio Washington Territory, sull’alta costa pacifica degli Stati Uniti, sopra l’Oregon. Purtroppo “The Abandons”, la miniserie western in sette puntate che danno su Netflix da qualche giorno, glissa parecchio sui dettagli, pur dentro una cornice realistica, tesa a ricostruire la dura vita in quegli avamposti montagnosi e innevati, tra miniere d’argento e imprenditori senza scrupoli.
Però l’idea, benché non proprio nuova, non è male: due donne, alla testa delle rispettive famiglie, si fanno la guerra senza esclusione di colpi, ciascuna provando a difendere quanto ha conquistato o ricevuto. Da un lato la farmer Fiona Nolan, cattolica e di origine irlandese, tosta e con le trecce fino al sedere, “madre” di tre figli non partoriti da lei ma accolti nella fattoria denominata appunto “Abandons”, ovvero gli abbandonati, gli emarginati. Dall’altra la capitalista Constance Van Ness, venuta da New York, ricca ed elegante, vedova con tre figli viziati, decisa a cacciare Fiona dalle sua terra, insieme ad altri contadini riluttanti, perché la zona detta “Jasper Hollow” custodisce molto argento nel sottosuolo.
Un classico della mitologia western, anche se l’inventore della serie, quel Kurt Sutter di “Sons of Anarchy”, deve aver avuto qualche serio problema con Netflix, avendo mollato il tutto, leggo, prima della fine delle riprese. Un po’ si sente, benché il finalissimo, di quelli in stile “cliffhanger”, lasci lo spettatore appeso e quindi insoddisfatto, in attesa di un seguito che probabilmente non arriverà.
I denti bianchi, si diceva, e le labbra esagerate, le sopracciglia scolpite, più un eccesso di botox e make-up. Magari ci faccio caso solo io, ma il western, pure nella riscrittura praticata dalle piattaforme in streaming per rinverdire il genere defunto nelle sale (guardate che triste fine ha fatto la bella cine-tetralogia di Kevin Costner “Horizon. An American Saga”, chiusa dopo due film), funziona meglio quando intreccia con una certa cura la ricerca sul look e lo sfondo storico.
L’attrice britannica Lena Headey (“Il Trono di Spade”) e l’attrice australiana Gillian Anderson (“X-Files”) sono rispettivamente Fiona e Constance, hanno l’età giusta, entrambe sopra i cinquanta, e immagino che si siano divertite a incarnare i due personaggi: all’opposto, per censo, sensibilità e formazione, ma in fondo unite da un reciproco odio profondo, anche quando sembrerebbero destinate a mettersi d’accordo e forse a capirsi per il bene di quelle lande desolate. Del resto, mi riferisco solo al primo episodio, Fiona ha ucciso Willem, il figlio maggiore di Costance, il quale aveva stuprato sua figlia Dahlia, seppellendo il cadavere del giovanotto sotto quello di un cane perché non sia ritrovato…
Fitto di sottostorie sentimentali in chiave “Romeo e Giulietta”, in modo da rendere l’insieme più romanzesco, “The Abandons” gioca un po’ con gli stereotipi del film western, indiani Cayuse inclusi, ma senza, per dire, l’inventiva toccante di una serie cardine come “1883” (però lì c’era Taylor Sheridan dietro), aggiungendo sesso e ferocia, religione e avidità, barbe incolte e abiti rammendati, cappelli a larghe tese e acconciature sofisticate.
Alla fine, nonostante qualche ellissi di troppo nel racconto dei fatti, ho visto tutte e sette le puntate, essendo un patito del West, ma basterebbe pensare a come sono presentate le tante donne di “Horizon. An American Saga” (parole, visi, abiti, psicologie, intrecci) per capire come Costner faccia di nuovo la differenza in materia.
PS. Naturalmente in inglese coi sottotitoli tutta la serie suona meglio.
Michele Anselmi