L’angolo di Michele Anselmi
Bisogna sapere che nel 1979, all’epoca della “rivoluzione” di Khomeini, molti inviati italiani spediti a Teheran per coprire gli eventi s’invaghirono politicamente del barbuto ayatollah, spiegando che avrebbe consegnato l’Iran a un luminoso futuro di libertà e progresso dopo la tirannia “occidentale” dello scià Reza Pahlavi. Purtroppo già pochi mesi dopo, con la nascita della Repubblica islamica, si capì che il fondamentalismo religioso innestato su una confusa radice marxista avrebbe dato vita solo a una formidabile, arcigna e feroce dittatura di natura confessionale. Che è quanto mostra, raccontando una storia connessa, “Leggere Lolita a Teheran”, il film di Eran Riklis che esce giovedì 21 novembre in una sessantina di copie con Filmclub Distribuzione (producono Italia e Israele).
Com’è? Si piange un po’ troppo in certe scene, le digressioni oniriche sono didascaliche e certo dialoghi mi paiono retorici, ma lo spettatore condividerà quasi subito il tragico percorso umano della professoressa Azar Nafisi, oggi 75enne, che in quel 1979 tornò in Iran insieme al marito ingegnere sicura di trovare un Paese libero e di poter insegnare letteratura inglese e americana all’università di Teheran. L’illusione durò poco. Presto fu costretta a indossare il velo e la palandrana nera, al pari delle sue studentesse, e seguirono sanzioni e minacce.
Incarnata da Golshifeth Faharani, ormai una star da tempo trasferitasi in Francia, la prof viene raccontata in quattro quadri più un epilogo, dentro un andirivieni temporale che va dal 1979 al 2003, quando darà alle stampe negli Stati Uniti il suo fortunato memoir “Leggere Lolita a Teheran”.
I quattro quadri portano ciascuno il titolo di un celebre romanzo: “Il grande Gatsby”, “Lolita” appunto”, “Daisy Miller” e “Orgoglio e pregiudizio”, a precisare i temi di un insegnamento visto come il demonio dagli occhiuti “guardiani della Rivoluzione”. Nafisi sostiene che «l’Islam e lo Stato non sono la stessa cosa», parla in classe di sessualità, amore, libertà, adulterio, sottomissione delle donne al potere maschile, leggendo in inglese pagine di quei testi; ma gli studenti khomeinisti, tutti barbuti, la mettono già nel mirino. Finché troverà un biglietto anonimo sulla cattedra: «L’adultera Nafisi va espulsa».
E qui si spiega il titolo. Non potendo più insegnare, lei decide di convocare clandestinamente a casa sua le ex studentesse, una delle quali reduce da una fustigazione in carcere, per continuare le lezioni, tra letteratura libera e vita vissuta.
«I regimi vanno e vengono, siamo noi che restiamo» sentiamo dire a un certo punto dal marito, il tenero Bijan, pure ingelosito da un legame intellettuale che lei intrattiene con un collega licenziato. Purtroppo quel regime forsennato e liberticida non se n’è mai andato.
PS. Nella versione originale del film, quella da me vista, la protagonista parla con i suoi allievi sia in inglese sia in farsi (persiano). Spero che da noi non abbiano doppiato tutto in italiano.
Michele Anselmi