L’angolo di Michele Anselmi 

Consiglio caldamente di vedere “Sentimental Value”, il film di Joachim Trier nelle sale da giovedì 22 gennaio con Teodora e Lucky Red, senza troppo rimuginare sui possibili riferimenti cinefili. Che so: da “Il posto delle fragole” e “Persona” di Ingmar Bergman a “Here” di Robert Zemeckis, da “La calda amante” di François Truffaut a “Interiors” di Woody Allen. Tutti pertinenti, ma a mio parere inutili. Perché il 51enne cineasta norvegese, qui al suo settimo lungometraggio, possiede uno stile tutto suo, nel quale confluiscono ovviamente suggestioni le più diverse, ma dentro un tratto fortemente originale, intendo: scrittura, recitazione, senso del ritmo, scansione del racconto, sguardo sulla memoria, uso dello spazio, del tempo e della musica.
Il “valore sentimentale” di cui parla il titolo non va preso alla lettera, pure facendolo risalire alla bella e antica casa in legno, su due piani, forse centenaria, che fa da teatro, anche in senso letterale, all’intrecciarsi delle vicende familiari. Siamo a Oslo, in Norvegia, ai giorni nostri. Ai funerali della loro madre psicoanalista, le sorelle Nora e Agnes rivedono, nella sorpresa generale, il padre settantenne Gustav Borg, che mollò tutte molti anni prima per dedicarsi completamente al cinema. Regista di nome, ma inattivo da tre lustri, l’uomo non s’è fatto vivo a caso: ha scritto una sceneggiatura dal sapore vagamente autobiografico e vorrebbe che la figlia maggiore Nora, attrice di un certo successo (serie tv e teatro classico) ma psicologicamente bloccata e irrisolta, fosse la protagonista.
Solo che per Nora, un nome ibseniano forse non scelto a caso, quel padre è una specie di sconosciuto, un egoista anaffettivo che non ha visto crescere le figlie e nemmeno morire la moglie. Sicché gli dice di no: non farà mai quel film, se lo può scordare.
Questo il punto di partenza di “Sentimental Value”, nel quale confluiscono tensioni, risentimenti, sensi di colpa, bugie, miserie e flashback all’insegna di una Commedia Umana squisitamente nordica, ma anche di sapore universale per i temi che tratta con ruvido pudore. Scritto dal regista insieme al fedele Eskil Vogt, il film complica presto le cose, quando Borg, ancora formalmente proprietario della storica dimora, torna lì per provare alcune scene del film, che sarà prodotto da Netflix e non si sa ancora se uscirà nelle sale, insieme a una giovane star americana, tale Rachel Kemp, invaghitasi del suo cinema d’autore. Kemp è famosa, alla moda, sul suo nome è stato facile “chiudere” economicamente il film. Ma ha senso girare tutto in inglese? E soprattutto: benché l’attrice faccia di tutto per entrare in quel ruolo, per scandagliare le motivazioni del personaggio vagamente ispirato alla madre antinazista e suicida del regista, lei è la prima a sentire che qualcosa non torna nella scelta che la riguarda.
Fa un’osservazione acuta la critica Elisa Battistini quando scrive su Quinlan.it: «Interessante è la traiettoria oppositiva dei personaggi di Nora e Gustav. Mentre il regista fa arte perché è l’unica maniera con cui sa porsi in relazione con gli altri, Nora fa l’attrice per prendere distanza da sé stessa. Attraverso l’arte Nora ha bisogno di allontanarsi da sé mentre per Gustav l’arte è la via per avvicinarsi a sé e agli altri».
In effetti così è. Non sarà semplice il tragitto, anche emotivo oltre che professionale, che porterà padre e figlia a ritrovarsi, sul filo di un rischio forse calcolato forse no, confondendo lo spettatore quel tanto che serve nel finalissimo un pizzico prevedibile ma bello.
Non sorprende che “Sentimental Value” abbia ricevuto al festival di Cannes 20025 il Grand Prix speciale della giuria e nemmeno che il 74enne Stellan Skarsgård abbia appena ricevuto un Golden Globe come migliore attore non protagonista. L’interprete svedese, nei panni di Borg (un altro cognome non scelto a caso, credo: così si chiamava il professore di “Il posto delle fragole”), arpeggia su una tastiera molto ricca di emozioni, muovendosi tra dolore e cinismo, pentimento e ipocrisia. Non sono da meno le tre donne co-protagoniste, incarnate con appassionata misura da Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleas ed Elle Fanning, rispettivamente Nora, Agnes e Rachel.
Un film da vedere subito, prima di altri più alla moda, anche perché usa il cinema come un artificio intelligente, non come un’esibizione di bravura, trasformando presto quei personaggi in persone.

Michele Anselmi