L’angolo di Michele Anselmi

Stamattina all’alba, rigirandomi nel letto, ho fatto un sogno strano. Ero a una specie di festa all’aperto, in un clima ormai autunnale, pensando di stare tranquillo a godermi cibo, vino e paesaggio, tra amici non solo di cinema; invece, ad uno ad uno, mi si paravano davanti attori e registi arrabbiati con me per qualcosa su di essi scritto in passato. Lì per lì sembrava tutto casuale, ma poi – mentre il sogno inclinava all’incubo – intuivo che era una specie di tardiva resa dei conti.
Ecco Pierfrancesco Favino, che in realtà stimo e apprezzo, essendo un attore di grandi risorse espressive e vocali, un po’ “il nuovo Volonté” per le sue note capacità mimetiche. Mi rimproverava piccato di aver considerato pessimo il suo doppiaggio di Daniel-Day Lewis in “Lincoln” di Spielberg: troppo teatrale, meditabondo e monocorde, poco in linea con l’intonazione originale dell’attore britannico. E già che c’era ha ricordato, con un certo fastidio, una mia ironica perplessità in merito alla decisione dei Nastri d’argento, nel 2004, di candidarlo come “miglior attore protagonista” per il film “Le chiavi di casa” di Gianni Amelio, dove appariva, se ricordo bene, per pochi minuti nell’incipit.
Ecco Toni Servillo, s’intende carismatico e autorevole, un gran napoletano, natio di Afragola, che sa muoversi tra Carlo Goldoni e Stefano Sollima, il quale mai digerì una mia battuta sarcastica scritta sul “Secolo XIX” anni fa. Dicevo, parafrasando quanto ingiustamente Leone disse su Eastwood, che Servillo, all’epoca molto trasformista, pareva possedere solo due espressioni: “Con parrucchino e senza parrucchino”. Mario Calabresi, che aveva promesso di prendermi a “La Stampa” e poi si rimangiò tutto, mi raccontò di averlo visto incavolato nero, durante un viaggio in treno, strappare il giornale genovese e augurarmi le peggio cose.
Ecco Fabio De Luigi, attor comico sempre a un passo dal tentare la carta drammatica, ma poi costretto a rifare perennemente sé stesso, dovunque: nei film, nella pubblicità, nei personaggi televisivi. Da un certo punto in poi applicai a lui la nota ricetta critica: “Non l’ho visto e non mi piace”. Consideravo e considero tempo perso vedere i film che gira, specie quelli da regista. Qualcuno mi fece sapere che un po’, anzi parecchio, se la prese.
Ecco Pietro Castellitto, figlio di Sergio, da molti ritenuto il nuovo genio indiscutibile del cinema italiano. Una sua frase da intervista – “Chi è cresciuto a Roma Nord ha fatto il Vietnam” – mi parve un tantino esagerata, e arrivò dopo alcune frasi in libertà, da nessuno capite per quanto erano contorte, dette sul palco alla Mostra di Venezia dopo un premio andato al suo film d’esordio: “I predatori”. Scrissi che il giovanotto, appena tornato al Lido con il più costoso “Enea”, rischiava di dilapidare il suo talento a colpi di frasi a effetto e paradossi inutili. Risultato? Espunto dalla lista dei critici che hanno potuto vedere “Enea” a Roma prima che cominciasse la Mostra.
Ecco Pupi Avati, regista di vaglia, ma anche uomo umorale, che vede complotti della sinistra dappertutto, il quale molto si arrabbiò per aver scritto io che sbagliò, qualche anno fa, a farsi cooptare in una commissione ministeriale scelta dall’allora ministro Dario Franceschini: c’erano da leggere decine e decine di sceneggiature, pure gratis o quasi, e mi sembrava discutibile nominare quattro o cinque esperti tutti tra i 70 e gli 80 anni. Pupi mi accusò di aver tradito un’antica amicizia, ma pochi giorni dopo si dimise dalla commissione, forse avendo capito che il lavoro sarebbe stato tanto e non retribuito.
Ecco Marco Bellocchio, per me il più “giovane” e bravo regista italiano in attività, a dispetto dei suoi 83 anni, il quale per parecchi anni se la prese con me perché riuscivo a rivelare dettagli cruciali sui suoi nuovi film prima che lui decidesse di dare interviste in esclusiva. Avevo una fonte che conta e soprattutto, sapendo che lui per primo avrebbe parlato o con “la Repubblica” o con il “Corriere della Sera”, facevo semplicemente il giornalista: mestiere per il quale si danno le notizie prima che le diano gli altri, spesso su comprensibile imbocco degli uffici stampa.
Ecco Maurizio Ponzi, oggi 84 anni, regista eclettico e uomo gentile, patito di tram. Non mi ha mai perdonato di aver scritto di un suo film forse minore, “Volevo i pantaloni” del 1990, avendo perso i primi cinque minuti di proiezione. Gli spiegai che ero appena uscito dalla redazione de “l’Unità” in via Due Macelli, esausto, e che ero lì per la stima che mi legava a lui. Quasi esitò a farmi entrare nella saletta di proiezione in via Margutta. Scrissi lo stesso la recensione, facendomi raccontare l’incipit da un collega, forse Fabio Ferzetti. Niente: se la prese lo stesso e mi tolse il saluto.
Ecco Gabriele Muccino, che pure difesi in pubblico e sui giornali all’epoca di “L’ultimo bacio” e “Ricordati di me”, quando una certa giovane critica estremista s’accaniva senza motivo su di lui, quasi fosse la sentina di tutti i mali espressivi e concettuali del cinema italiano. Poi lui fece fortuna negli Stati Uniti, dove girò quattro film, due venuti bene, due maluccio. Quando ritornò se la prese con me per qualcosa che avevo scritto sui suoi tribolati rapporti con i David di Donatello, peraltro invitandolo a dimettersi dalla giuria, come poi fece dandomi retta; mi diede del critico prevenuto e ingrato, mi mandò a quel paese anche su Facebook a causa di alcuni miei pareri piuttosto critici, certo discutibili, su “A casa tutti bene” e “Gli anni più belli”. Adesso mi pare più calmo: balbettiamo ancora entrambi, ma con lentezza…
Potrei continuare, nel sogno erano in tanti a protestare per parole da me sicuramente scritte ma ormai ampiamente dimenticate, svanite nel tempo, archiviate, annullate. Ho chiesto scusa a tutti, pregando di perdonare l’attuale pensionato che tanto li fece arrabbiare. Per la serie: “Forgive and Forget”.

Michele Anselmi