L’angolo di Michele Anselmi 

Bong Joon-ho è il regista di “Parasite”, il film che nel 2019 diventò a sorpresa, e giustamente, un fenomeno mondiale: di critica e pubblico. Sei anno dopo il cineasta coreano torna nelle sale con un filmone di fantascienza, tutto effetti speciali e cast internazionale, girato in inglese negli studi di Londra: si chiama “Mickey17”, è tratto da un romanzo di Edward Ashton intitolato “Mickey7”, dieci numeri in meno, in Italia pubblicato da Fanucci. Un passo indietro? A mio parere sì, ma è anche vero che Bong Joon-ho, oggi 55enne, aveva già frequentato il genere fantastico, sia con “Snowpiercer” sia con “Okia”, entrambi battenti bandiera americana.
Dopo un passaggio al festival di Berlino, “Mickey17” esce domani, giovedì 6 marzo, targato Warner Bros e sarà curioso vedere che tipo di pubblico acchiapperà, perché il regista coreano, pur dentro una confezione sontuosa e un po’ da “parco giochi”, non rinuncia a iniettare nella storia qualcosa di personale, in linea con quel realismo paradossale, tra buffo e crudele, che è un po’ il suo marchio di fabbrica.
Siamo nel 2054, sul pianeta ghiacciato Niflheim, dove una comunità di umani in fuga dalla Terra, sfruttati dall’ex politico fallito Kenneth Marshall che insieme alla moglie Gwen regna con metodi da dittatore assoluto. Il nuovo capitalismo interstellare prevede una categoria di lavoratori, detti “i sacrificabili” (in inglese “expendables”, ma i mercenari di Stallone non c’entrano), destinati a morire più volte nell’esercizio dei compiti impervi e quindi ad essere “ristampati”, con passaggio di sogni e memorie.
Mickey17, dal numero delle sue “vite” artificiali, sembra pronto a schiattare in un crepaccio gelato, «tanto ti ristampano domani» gli fa il presunto amico lesto a rubargli il lanciafiamme e a mollarlo lì. Invece sarà salvato da orridi vermoni del sottosuolo, “gli striscianti”, che lo restituiscono tutto intero alla sua colonia. Solo che nel frattempo hanno già sfornato Mickey18, il quale mostra un carattere opposto a quello, remissivo e perdente, del suo predecessore: ma i multipli sono fuorilegge, uno dei due deve morire, e a quel punto partirà una specie di ribellione destinata a ribaltare la situazione con effetti imprevedibili, mentre i vermoni alieni, che poi tali non sono essendo nati lì, si preparano forse ad attaccare…
«Il suo lavoro è morire per salvare l’umanità» recita il sottotitolo del film, tuttavia non c’è nulla di eroico nella mesta rassegnazione di Mickey, da anni privato del suo cognome Barnes: oggetto di esperimenti scientifici, missioni rischiose, vessazioni varie, sotto lo sguardo di quei due tiranni megalomani e ridicoli fissati con la cucina. Sopravvivere da “cloni” in 3D non è un bel vivere, anche se Mickey17, scappato anni prima dalla Terra per sottrarsi alla vendetta di un sadico strozzino, ha trovato nella tosta poliziotta Nasha una specie d’amore inatteso, anche un’amica premurosa e fedele.
Girato quasi tutto all’interno dell’astronave, a parte incipit e sottofinale spettacolare, “Mickey17” è per certi versi un film claustrofobico, dalle tinte grigie e plumbee, dove il delirio grottesco di Marshall, della consorte e dei cortigiani viene contrapposto all’esistenza desolata dei “sacrificabili”, underdog da ristampare in copie conformi o quasi, almeno fino a quando quel bieco programma non sarà cancellato.
Robert Pattinson, che da giovane fu sexy-vampiro nella saga “Twilight”, a 38 anni si diverte a incarnare Mickey17 e Mickey18, facendo facce e voci diverse, come due variazioni dello stesso personaggio; Mark Ruffalo e Toni Collette giocano con i due vanagloriosi “sovrani”; Naomi Ackie e Steven Yeun sono l’amante Nasha e l’amico Berto (in ruoli minori anche le francesi Anamaria Vartolomei e Anna Mouglalis).
Con l’aiuto del direttore della fotografia Darius Khondji, che fu lanciato dal nostro Bertolucci, Bong Joon-ho costruisce un mondo fantastico, da fantascienza prossima ventura, nel quale i veri cattivi sono gli umani colonizzatori e non i vermoni bavosi; tutto suona un po’ già visto, ma, volendo, lo spettatore ritroverà nella partitura temi cari al regista: la convivenza possibile, l’ambientalismo necessario, l’audacia degli ultimi, l’avidità di classe. Però “Parasite” è un ricordo lontano, troppo.

Michele Anselmi