Per capire il presente bisogna conoscere il passato. Sembra un luogo comune, e lo è, ma se vogliamo davvero cominciare a farci un’idea di quello che la Cina rappresenta al giorno d’oggi dobbiamo per forza immergerci prima nella sua storia millenaria. Solo allora riusciremo a intuire che l’Impero di Mezzo costituisce un unicum nella storia mondiale. Mai nessuno ha deciso di fondare una capitale, Pechino, progettata per suggellare il rapporto tra cielo e terra alla ricerca di un’armonia attraverso un’impostazione architettonica degli edifici che non distingue mai tra pubblico e privato, civile e religioso.

Adriano Màdaro, sinologo di lunga carriera spesso consultato a livello ufficiale nei rapporti tra Italia e Cina, ha voluto svolgere sul campo, in numerosi viaggi, una ricerca sull’essenza e lo spirito della Pechino che fu, la mitica capitale del Celeste Impero. Persino al giorno d’oggi, scavando con occhio da archeologo all’interno di uno sviluppo edilizio che ne ha stravolto le caratteristiche, è possibile rintracciare le origini di un progetto ingegneristico che non ha eguali nella storia dell’umanità e probabilmente spiega l’incredibile longevità della cultura cinese.

Sia detto fra parentesi, Adriano Màdaro è il figlio della mia maestra delle elementari della quale serbo un gran bel ricordo. “Pechino Imperiale”, il libro che lui ha scritto, ha un suo oggettivo e prezioso valore divulgativo. Ma il ricordo della mia maestra delle elementari per me è stato un motivo in più per apprezzarne la qualità.

Professor Màdaro, comincio con una domanda complicata. Sarebbe innanzitutto utile per me e per i nostri lettori una breve cronistoria sulla caduta della dinastia Ming, dopo la conquista tartara del 1644, e la successiva instaurazione della dinastia Manciù dei Qing. Ancor prima, come si inserisce il regno del Kublai Khan in questo contesto? Quando un lettore inesperto cerca di avvicinarsi alla Cina non è mai ben chiaro quanto queste diverse dinastie fossero in contrapposizione oppure si integrassero, e se l’elemento mongolo vada visto come qualcosa di esterno o di intrinsecamente connesso all’essenza cinese. La Pax Mongolica all’epoca di Marco Polo segnò un periodo di grande apertura verso l’Occidente, ma è sempre stato così?

La corruzione colpiva anche allora, magari coperta dai fasti imperiali. I Ming, che erano andati al potere nel 1368 dopo la coraggiosa cacciata dei Mongoli, già con il secondo imperatore Jianwen rischiarono di essere spazzati via a loro volta per le mollezze e gli intrighi della Corte di Nanchino. Fu un usurpatore necessario, il futuro Yongle, il più grande dei monarchi Ming, a prendere il potere con la forza instaurando una tirannide illuminata. Fu lui, riparata dove serviva la Grande Muraglia, a fondare Pechino, la “Città Celeste”. Lo splendore fu lui a diffonderlo, avviando la stagione del “Grande Ming”. Le virtù guerriere di Yongle si fusero con la nascita di un Rinascimento cinese che ancora poco conosciamo, a parte le porcellane, queste sì ben note ai saccheggiatori di Imperi.

Ma la corruzione, come ben sappiamo, è un virus che attecchisce e si espande proprio dove si annida il potere. Dopo meno di trecento anni, la metà dei quali in caduta libera a causa dello strapotere degli eunuchi e la debolezza di sovrani in gran parte inetti, ecco che i Ming diventano facile preda dei confinanti Manciù, guerrieri della steppa forgiati dalla inospitalità dei loro territori. Non dovettero nemmeno impegnarsi granché nell’impresa agognata dal loro capo supremo, Nurhachi, il fondatore della dinastia Qing. Si presero la Cina intera con una galoppata terrorista e si insediarono sul trono del Celeste Impero.

Lei mi cita Qublai Khan, il protettore di Marco Polo. Fu anch’egli un grande sovrano, creò Khanbaliq, la capitale di un impero che andava dal Mar del Giappone all’Adriatico e dai deserti mongoli alle isole tropicali del golfo del Tonchino. Mentre Ming e Qing ebbero una visione edonistica e isolazionista del grande Impero che rimase dentro l’Asia orientale, Qublai vedeva oltre gli spazi conosciuti e praticò una globalizzazione ante litteram. La “pax mongolica” fu un primo esperimento di internazionalizzazione. Quindi la “Cina mongola” fu, a mio avviso, il superamento del concetto di Stato verso una visione di coesistenza multietnica e multinazionale. Se quelle contrade non fossero state sottomesse ai Mongoli non avremmo avuto Marco Polo, e più tardi i grandi navigatori.

Nel suo libro lei descrive Pechino come l’apoteosi di una civiltà raffinata rimasta intatta per trenta secoli, a sé stante e sufficiente a sé stessa. Lo ritiene un pregio o un difetto? L’autoisolamento rappresenta un vero o un presunto senso di superiorità?

Pechino è lo specchio della Cina dal XII al XX secolo. Nulla è stato più “cinese” di questa città fantastica che aveva già un milione di abitanti e un ineguagliabile impianto urbanistico e architettonico quando Londra era poco più di un villaggio di legno. Pechino risale ancora a tempi precedenti di quanto ho detto, ma il suo aspetto di metropoli dotata di sontuosi palazzi e mistici templi suscitava solo meraviglia. La descrizione di Marco Polo è rimasta attendibile per otto secoli, prima che il Novecento – e soprattutto il secolo presente – iniziassero a trasformarla, senza peraltro farle perdere la sua monumentalità. Era la città dell’arte, dei letterati, dei filosofi, dei grandi sovrani Qing, tra i quali voglio citare Kangxi, Yongzheng e soprattutto Qianlong. Oggi possiamo dire che il suo tenace auto-isolamento le ha lasciato in eredità il suo “essere” Pechino. Nonostante la sua odierna modernità più Roma che New York.

In “Pechino Imperiale” lei sembra confermare il giudizio negativo che la storiografia cinese ufficiale dà dell’operato dell’Imperatrice Cixi, ma l’autrice Jung Chang in “Empress Dowager Cixi” ne rivaluta grandemente la figura proponendo l’Imperatrice vedova come colei che seppe traghettare la Cina nella modernità. Jung Chang raffigura Cixi come una vittima della storiografia la cui reputazione è stata bistrattata. A quale versione dobbiamo credere?

Non certo a questa. Non serve ricorrere a biografi o a “testimoni” necessariamente postumi e trapassati. Cixi va giudicata per gli atti politici che compì, sebbene ufficialmente venissero attribuiti ai giovani imperatori da lei manipolati dietro la famosa tendina dei “suggerimenti”. E appena le “Loro Maestà” ragionavano con la loro testa superati i 17 anni lei interveniva in ogni decisione, scaricando le responsabilità. Suo figlio Tongzhi, e il nipote che gli succedette, Kangxu , furono sue vittime non solo nelle sciagurate scelte politiche, ma furono ammazzati senza complimenti per ordine suo. E forse anche l’Imperatore Xianfeng, suo fausto consorte.

Ma al di là dei complotti mortuari, Cixi mandò dal boia un sacco di gente, per semplici sospetti o tetragone gelosie di una donna che viveva nella superstizione e si credeva (e voleva che tutti la credessero) la reincarnazione del bodhisattva della Compassione, Chenrezig, ragion per cui era comunemente chiamata dagli stranieri “Vecchio Buddha”. Super tradizionalista, super ambiziosa, super xenofoba, fu lei a progettare la rivolta dei Boxer, il fallimentare movimento antistraniero esploso soprattutto a Pechino all’inizio del 1900, conclusosi con il sacco della capitale e la decapitazione di ogni sospetto, e con la fuga di Cixi con la Corte nell’impervio Shaanxi. Una storia troppo complessa per riassumerla in poche righe. Cixi impersonò fino all’ultimo il ruolo della Cina decadente prossima al crollo dell’Impero.

In una nostra recente intervista Julius Horvath, docente di economia presso la Central European University (CEU) fondata da Soros, mi ha spiegato che l’odierno successo della Cina risale alle grandi intuizioni di Deng Xiao Ping nella seconda metà del ventesimo secolo. La sua riforma si basava sull’agricoltura, dove Deng Xiao Ping pensava risiedesse lo spirito capitalista: nei villaggi, non tra la classe lavoratrice. Si supponeva che la classe lavoratrice ideologicamente fosse pro-comunista e che gli agricoltori fossero più arretrati. Deng Xiao Ping cambiò questa prospettiva. Diede una certa libertà agli agricoltori. I santuari e i monumenti della Pechino imperiale non dimostrano in fondo che la civiltà cinese ha da sempre attuato una specie di consacrazione dei doni provenienti dall’agricoltura?

Veramente fu un “pensiero” di Mao, sebbene alla rovescia. Non tanto l’economia, quanto la rivoluzione risiedeva nelle campagne. Contrariamente alla rivoluzione russa partita dalle città e dalla classe operaia, quella cinese ebbe la sua culla nelle campagne. Deng Xiaoping mantenne l’assioma maoista, ma lo rovesciò. Dalle campagne insieme alla rivoluzione sarebbe decollata anche l’economia. Le Riforme varate nel 1978 vissero stagioni contraddittorie, ma bene aveva interpretato Deng l’anima più commerciale che rivoluzionaria dei cinesi, sebbene il patriottismo sia, da sempre, la caratteristica della loro anima. A Deng va riconosciuto il merito di avere creduto nella possibilità di raddrizzare il destino del popolo cinese. E lo ha fatto sul tema più sensibile: quello del benessere. La liberalizzazione graduale dell’agricoltura avrebbe riportato la barra al centro per una navigazione verso la modernizzazione. E così fu. Le intuizioni più che ragionevoli di Deng trovarono sostegno in tutti i suoi successori. Accanto all’agricoltura puntarono sulle nuove tecnologie, vedendo abbastanza chiaro come sarebbe cambiato in fretta il mondo. Tutto il mondo. Ora la Cina è di nuovo “nel” mondo, con tutti i primati delle tecnologie, ed è sul punto (se non l’ha già fatto) di superare l’Occidente. Per questo gli Stati Uniti sono così preoccupati da organizzare una crociata universale anti-cinese, aggiungendo pericoli di guerre prossime venture.

Mi pare abbastanza chiara la sua posizione riguardo l’oppio. Fu il grimaldello che permise alle potenze occidentali di penetrare il mercato e impossessarsi delle ricchezze della Cina. In fondo la pista della droga è uno schema che ha sempre funzionato nel corso della storia, dal Vietnam all’Afghanistan al Sudamerica, o ci sono delle differenze rispetto alla Cina?

L’oppio fu esattamente il grimaldello usato dagli inglesi per scassinare la Cina e, drogando parte della popolazione, impossessarsi delle sue ricchezze. Seta, tè e porcellana non venivano pagati alla Cina per il loro valore in argento, ma con lo spaccio dell’oppio che gli inglesi facevano coltivare dagli indiani nell’Assam. Quando l’imperatore Daoguang si ribellò al traffico imposto dalla Compagnia delle Indie, punì spacciatori e funzionari corrotti, e soprattutto fece sequestrare le casse di oppio e le fece bruciare sulla pubblica piazza di Canton, allora gli inglesi dichiararono guerra alla Cina. La superiorità dei loro armamenti e il bombardamento dal fiume delle Perle sconfissero in pochi giorni l’antiquato esercito manciù. Gli spacciatori, protetti dai fucili di Sua Maestà, continuarono “legalmente” i loro loschi affari e il governo britannico impose all’Impero Qing onerosi Trattati definiti “iniqui” poiché tutti negli interessi inglesi. Siccome l’Imperatore tardava a firmarli, agli inglesi si unirono i francesi nella seconda “guerra dell’oppio”: per la Cina fu la fine della sua sovranità e l’inizio di una rapida decadenza, diventando in pochi anni la più misera fra le nazioni.

La droga come “mezzo” di pagamento e come fonte di ricchezza per gli spacciatori ha avuto proprio in Cina la sua vittima storica. Il “piano” votato favorevolmente alla Camera dei Lord di Londra è una delle pagine nere più infami dei “rapporti” tra Oriente e Occidente, l’origine di quel profondo malessere che tutt’oggi governa i rapporti tra i due mondi. Ma la “vendetta” cinese ha scelto una strada diversa: l’emancipazione e una nuova ricchezza che non è facile espugnare. Oggi le “Vie della droga” impestano soprattutto l’Europa e le Americhe, rendendo impotenti i governi che non sempre la combattono per evidenti collusioni e interessi di poteri politici che si intrecciano pericolosamente.

Sono rimasto affascinato dal culto dei morti e della memoria dei predecessori, profondamente radicato nell’anima cinese. Il mondo dei morti governa il mondo dei vivi e il loro ricordo ce li rende presenti: questa è forse l’unica parvenza di religione in un impero che, a differenza di tutte le grandi civiltà, non ha prodotto una sua religione. Concorda con questo mio tentativo di riassumere le sue parole?

È vero. Negli oltre tremila anni di Storia documentata la Cina non ha “prodotto” una sua religione, ma piuttosto filosofie e credenze. La sua vera “religione” fu la sacralità dell’imperatore in quanto Figlio del Cielo e intermediario tra il “Tian” e i sudditi. Si trattava di una “sacralità” pagana che esprimeva un profondo sentimento di appartenenza a una Civiltà diversa, che si esprimeva attraverso il Culto degli Antenati.

Il ben noto pragmatismo cinese riteneva che celebrare riti in onore degli Antenati fosse l’unica risposta per una sopravvivenza dell’anima nel regno dei Morti. Fu cinque secoli prima di Cristo il Confucianesimo a codificare in maniera molto chiara le “Virtù” che regolavano la vita nell’al di qua e nell’al di là, due mondi in stretta connessione tra loro. Finché il trapassato era ricordato e celebrato dai famigliari la sua anima, rasserenata, continuava a vivere nell’ambito del clan al quale l’Antenato era appartenuto. Grande disgrazia invece per quell’anima dimenticata, oppure che in assenza di figli maschi non poteva ricevere gli onori che l’avrebbero mantenuta “viva”. Mi pare che il “riassunto” di quanto ho scritto sia molto bene espresso.

Lei dedica molte pagine all’opera missionaria svolta dai gesuiti in territorio cinese. Spiccano le figure di Matteo Ricci e di Giuseppe Castiglione. Ce ne vuole parlare? Si ha come l’impressione che se avessimo seguito l’esempio di questi missionari le relazioni tra l’Occidente e il Celeste Impero avrebbero a suo tempo potuto prendere una piega migliore.

I missionari cattolici occidentali, soprattutto la folta schiera dei gesuiti italiani, hanno avuto un ruolo fondamentale nel far conoscere la Cina al resto del mondo e farlo conoscere ai cinesi. Soprattutto Matteo Ricci (noto in Cina con il nome di Li Matou) fu un autentico “ambasciatore” e ritenuto un Grande Maestro per le conoscenze scientifiche e morali che diffuse tra la classe dei Mandarini e la simpatia che aveva suscitato nell’imperatore Wan Li. Padroneggiava la lingua cinese con grande abilità, scrivendo addirittura un trattato sull’ Amicizia. Ma fu soprattutto il suo insegnamento della matematica, della geometria, dell’astronomia a creare il suo mito tra i sapienti del Celeste Impero. Matteo Ricci aveva scelto una via conciliante tra le filosofie orientali, soprattutto il Confucianesimo, per arrivare a un progetto più ampio di cristianizzazione attraverso la conversione dell’imperatore. Il suo tentativo di convertire la Cina non fu capito dal Vaticano che per quattro secoli lo mise al bando, perdendo così la possibilità di evangelizzare quel popolo agnostico.

Altro grande italiano, fratello coadiutore gesuita milanese fu – e pochi lo sanno anche in Occidente, Italia compresa, e vorrei aggiungere Milano compresa – il più grande pittore “cinese” del Settecento con il nome di Lang Shining. Pittore di Corte che visse più di mezzo secolo al servizio di tre imperatori e che produsse una grande quantità di opere considerate tra le più belle dell’intero XVIII secolo. Mi riferisco a Giuseppe Castiglione, l’artista che introdusse in Cina la pittura a olio occidentale sinizzandola e miscelando con grande sapienza i due “gusti”, lasciando alle collezioni imperiali della Città Proibita di Pechino e del Museo di Shenyang opere di grande valore artistico e iconografico, comprese tempere dedicate a fiori e animali, insegnando ai suoi colleghi cinesi la prospettiva, “concetto” fino ad allora sconosciuto.

Se l’Occidente avesse seguito le orme di questi due grandi missionari, più scienziati e artisti che predicatori del Vangelo, i rapporti con la Cina avrebbero avuto ben altri esiti. La comprensione fra i due mondi avrebbe avuto una facile sintesi, purché si fosse riconosciuto – come riconobbero Ricci e Castiglione e molti altri – che la Cina era una grande realtà, già allora, politica economica e culturale, con la quale era preferibile andare d’accordo piuttosto che depredarla e, ancora oggi, considerarla un nemico da combattere.

Infine, benché tra intrighi vari e omicidi di ogni genere la città proibita si riveli un posto piuttosto pericoloso, non va comunque trascurato il lato gioioso dell’intera città di Pechino. Si pensi al senso dell’umorismo della gente, la loro capacità di divertirsi e fare chiasso, le loro superstizioni, l’amore per il gioco e i conseguenti indebitamenti, ma soprattutto alle delizie gastronomiche di cui si può godere a Pechino. Professor Màdaro, ha qualche aneddoto da raccontarci in proposito?

Tutto ciò che ho ritenuto interessante sapere su Pechino l’ho scritto. Egoisticamente ne consiglio la lettura perché è un lavoro che mi ha impegnato oltre un ventennio, e nonostante vi fossero ancora pagine da scrivere mi sono limitato a un ritratto non destinato agli studiosi, ma piuttosto ai curiosi. I pechinesi hanno ereditato dall’epoca imperiale una sorta di grandeur che in Europa si può trovare solo in certa parte dei parigini doc. Ma le vicende politiche del secolo passato, una estenuante guerra civile e una contraddizione tra “Servire il popolo” e “Educare il popolo” ha cambiato l’atteggiamento e il modo di pensare di un popolo gaudente che viveva “all’ombra del Palazzo”. Tuttavia i pechinesi sono, fra tutti, quelli che somigliano di più ai cinesi. Ancora oggi “sentono” di appartenere a una grande Civiltà e, rispetto a tutti gli altri, sono figli di un passato che è bene radicato nel presente. Pechino è ancora oggi la capitale di un mondo: l’Oriente.

Marco Zoppas