L’angolo di Michele Anselmi 

Per una bizzarra eterogenesi dei fini, “C’è ancora domani” è diventato il film preferito del centrodestra unito. Almeno in via ufficiale. Naturalmente nulla c’entra Paola Cortellesi (ripeto, a scanso di equivoci: nulla c’entra). Lei ha scritto, diretto e interpretato il suo film d’esordio, sinceramente mossa dal desiderio di raccontare quella storia incentrata sulle vessazioni subite dalle donne: allora, 1946, come oggi, 2023. Il successo strepitoso, a oggi quasi 22 milioni di euro, era imprevisto e imprevedibile, ma siamo tutti contenti, anche il sottoscritto che poco ha apprezzato. Tuttavia, mi pare innegabile, sta accadendo che a destra si siano improvvisamente innamorati del film, pure non tenero con una certa ideologia destrorsa e “patriarcale” espressa dagli orribili personaggi maschili: marito, suocero, barista arricchito eccetera.
Conta certo, nell’innamoramento subitaneo, il caso della commissione ministeriale, ancora intestabile all’ex ministro Dario Franceschini, che avrebbe sbagliato tutto non concedendo un contributo diretto di circa 630 mila euro su 900 mila richiesti al film in questione (sono arrivati comunque 3 milioni e 100 mila euro in forma di tax-credit, cioè incentivi fiscali).
Ma a destra fingono di non capire e di colpo da quelle parti sono tutti diventati fan sperticati di “C’è ancora domani”. Esempi? “La sinistra cade sul film della Cortellesi” titola oggi “il Giornale”. “Sulla Cortellesi dietrofront a sinistra” titola “Il Tempo”. “Incredibile autogol a sinistra sui fondi alla Cortellesi” titola “La Verità”. “Il film di Repubblica accusa Sangiuliano ma era Cortellesi” titola “Libero” con italiano periclitante. Tutti in prima pagina, con enorme rilievo.
D’altro canto, perfino il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha voluto mostrare il film ai senatori in una proiezione speciale, a suggerire la vicinanza della seconda carica dello Stato nei confronti del tema tragico sollevato da “C’è ancora domani”. E a non dire della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dell’attuale ministro alla Cultura, Gennaro Sangiuliano, i quali darebbero simbolicamente l’Oscar, se potessero, al medesimo film.
Questo sta succedendo. Vedi la memoria corta? Di solito il centrodestra detesta il cinema italiano, specie quello d’autore: l’accusa di essere solo finanziato dallo Stato, molto “di sinistra” ed ”elitario”, di incassare poco o niente, di non restituire la complessità del Paese, di privilegiare una visione distorta del Nord-est, di raccontare troppo i gay e le lesbiche invece delle famiglie “normali”, di vedere dappertutto complotti eccetera.
Ricordo, quando collaboravo con “il Giornale”, nei primi anni Duemila, di aver dovuto esercitare una particolare attenzione nello scrivere del brutto “Il sangue dei vinti” che Michele Soavi aveva tratto dal bel libro di Giampaolo Pansa; e a non dire dello speciale trattamento giornalistico che avvolgeva dalle parti del Carroccio (giornali e ministeri) ogni nuovo film del forse leghista Renzo Martinelli, da “Porzûs” a “Barbarossa”.
Adesso è tutto cambiato. Bisogna prenderne atto.

Michele Anselmi