L’angolo di Michele Anselmi
La cosa più interessante, a suo modo struggente, di “We Are The World – La notte che ha cambiato il pop”, l’ormai famoso documentario di Bao Nguyen in gran spolvero su Netflix, è la faccia di Bob Dylan mentre lui e altre 45 star della scena americana stanno provando a registrare parti corali e singole nella notte del 28 gennaio 1985, in uno studio di Los Angeles. Dylan, allora quarantaquattrenne e in una fase creativa non delle migliori, si ritrovò in quel consesso di illustri colleghi esibendo un notevole disagio, quasi fisico: c’era da fare in fretta, prima che tutti gli ospiti ripartissero dopo aver partecipato agli American Music Awards, e nel corso di quella faticosa notte, sotto la direzione del paziente Quincy Jones, ne accaddero di tutti i colori.
Per dire: il country-man Waylon Jennings lasciò la brigata dopo un po’, estenuato dalle prove e indisponibile a intonare una frase in swahili; Prince non si fece proprio vedere, avrebbe voluto piazzare un assolo di chitarra elettrica che nulla c’entrava col pezzo; Al Jarreau aveva bevuto troppo vino per vincere la tensione e non ne azzeccava una. Durante quelle ore tutto si fece difficile, nervoso, come capita se riunisci decine di cantanti dalle estensioni vocali così diverse: da Stevie Wonder a Tina Turner, da Bruce Springsteen a Ray Charles, da Cyndi Lauper a Diana Ross, da Billy Joel a Paul Simon, da Huey Lewis a Kenny Loggins, da Kenny Rogers a Willie Nelson…
In quel contesto affollato, benché Quincy Jones avesse fatto affiggere un cartello scritto a mano che recitava “Lasciate l’ego fuori dalla porta”, Dylan non riusciva proprio a intonarsi agli altri. Probabile che la bella canzone “We Are the World”, scritta velocemente da Lionel Richie e Michael Jackson per rispettare i tempi del progetto benefico pensato da Harry Belafonte a vantaggio delle popolazioni africane affamate, non fosse proprio nelle corde del musicista di Duluth, e tuttavia ormai lui era lì: capelli ricci, camicia a scacchi e giubbetto di pelle, iconico e silenzioso.
Il documentario ce lo mostra incapace di intonare il celebre ritornello, forse per una questione di tonalità, inadatta alla sua voce roca; ma il bello viene quando, verso le cinque e passa di mattina, si dovette provvedere alla breve parte solista. Dylan non ci riusciva proprio, così Stevie Wonder, pure gran imitatore di voci altrui, ebbe la splendida idea di mettersi con lui al pianoforte e di cantare il difficile passo “alla maniera” di Bob Dylan. A quel punto Dylan si rilassò, capì come fraseggiare, gli altri uscirono dalla grande sala per evitare nuovi nervosismi e finalmente la registrazione fu portata a casa.
Da questo punto di vista il documentario è davvero istruttivo: pare quasi impossibile che tutti quei talenti musicali, bianchi e neri, ciascuno dotato di forte personalità artistica, fossero così fragili, esposti, timorosi sbagliare e di stonare nel registrare l’uno accanto all’altro, sotto la pressione del tempo e dei rispettivi “ego”.
Alcuni di essi hanno deciso di farsi intervistare, quasi quarant’anni dopo. Le loro facce, spesso pesantemente ritoccate dalla chirurgia estetica, fanno un po’ impressione, ma è lo show-business, dove la vecchiaia sembra quasi una colpa e i denti debbono risultare di porcellana. Colui che indossa meglio gli anni è Springsteen, pure il più generoso nel ricordare lo sforzo che fece, al termine della tournée massacrante di “Born in the Usa”, per urlare alla sua maniera quel passo assegnatogli della canzone, forse nemmeno tanto amata da lui.
PS. Alla fine, riascoltando la canzone sui titoli di coda, la parte migliore, meno esibita e muscolare, è proprio quella di Dylan.
Michele Anselmi