L’angolo di Michele Anselmi 

Confesso: mi piace vedere al cinema e in televisione le storie di vecchi che, sentendo approssimarsi la morte o ritenendosi ormai fuori gioco, si mettono in viaggio, verso qualcosa, per offrire un’ultima chance alla propria vita. Penso, pescando alla rinfusa nella memoria, a film come “Un’emozione in più”, “Harry & Tonto”, “Stanno tutti bene”, “L’ultimo viaggio”, recentemente “The Great Escaper”, l’ultima prova di Michael Caine prima del ritiro dalle scene.
Su Sky danno da poco “The Last Rifleman – Ritorno in Normandia”, con il 70enne Pierce Brosnan, invecchiato di oltre vent’anni grazie a trucchi prostetici vari, nei panni, più o meno, dello stesso personaggio incarnato da Caine. Cioè il vero Bernard Jordan, un veterano britannico della Seconda mondiale che scappò dalla casa di cura a 89 anni, nel maggio 2014, per raggiungere la Normandia, dove neanche ventenne aveva partecipato, da marinaio, allo sbarco del D-Day.
Nel film con Brosnan il valetudinario si chiama Artie Crawford, fu fuciliere nel reggimento irlandese dell’Ulster, insieme all’amico d’infanzia Charlie, e adesso, avendo visto morire la moglie Maggie dopo 68 anni di matrimonio, decide di raggiungere da solo Cambes-en-Plaine, per il 75° anniversario dell’Operazione Overlord. L’idea un po’ folle è di riabbracciare i commilitoni sopravvissuti, sempre che ce ne siano.
Scritto da Kevin Fitzpatrick e diretto da Terry Loane, “The Last Rifleman” è un film che più classico non si può, nell’uso della musica e nel tratteggio dei personaggi, all’inizio piuttosto prevedibile, pure lagnoso; ma suggerisco di tenere duro, perché una volta che il quasi 93enne Artie riesce a “evadere” dal pensionato, nonostante diabete, artrosi e disturbi vari, la storia prende quota e si trasforma in un curioso road-movie trapunto di incontri ben messi a fuoco. In particolare: una giovane mamma francese con due figli, una roulotte e tanti pensieri (Clémence Poésy); un coetaneo tedesco che s’arruolò a sedici anni nelle SS e combattè a Omaha Beach (Jürgen Prochnow); un veterano afro-americano che divenne eroe per caso (John Amos)…
A unire le diverse memorie c’è lui, Artie, con gli incubi e i rimpianti, le medaglie e il basco infeltrito da fuciliere irlandese: l’uomo cerca ancora di sconfiggere dentro sé stesso la paura che lo paralizzò in quel bosco, con gravi conseguenze, l’8 giugno del 1944.
Torna la musica di Ennio Morricone per “The Mission” e viene evocato “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, ma il film è soprattutto un lungo assolo per Brosnan, bravo nell’invecchiarsi a dovere (un po’ si vede a volte) e attento a non recitarsi addosso con esercizio di istrionismo attoriale o di retorica bellicista. Il finale, confesso, è un colpo basso, al suono di “Amazing Grace”, e infatti una lacrimuccia furtiva….
Da vedere assolutamente nella versione originale con i sottotitoli.

Michele Anselmi