Che la Francia sia, attualmente, uno dei paesi più prolifici per quanto riguarda un certo tipo di narrazione cinematografica che ha a che fare con i bambini e tutte le problematiche legate all’infanzia lo si sapeva già dai tempi in cui una cineasta come Céline Sciamma si fece notare (ai Festival e non solo), per alcune opere significative sul tema. Basti citare film come “La Mia Vita da Zucchina” (2016) o “Petite Maman” (2021), di cui Sciamma ne è stata sceneggiatrice (per entrambi i film) e (solo per il secondo), anche regista.
“Vita Da Gatto” è un film che, per un certo verso, si colloca all’interno di questo cinema che ha al suo centro dei piccoli protagonisti alle prese con i primi ostacoli che la vita gli pone davanti.
E nel raccontare la storia della piccola Clémence (Capucine Sainson-Fabresse), scossa emotivamente dall’improvvisa separazione dei genitori, il regista Guillaume Maidatchevsky, al suo terzo film da regista, dimostra di saper evitare quei facili trucchetti “strappalacrime” che si potrebbero utilizzare per opere di questo tipo.
L’amicizia che si va a creare tra Clémence e il gatto randagio Rroû (così chiamato per via delle fusa) è un’occasione per entrambi di poter vivere nuove esperienze, di confrontarsi con delle realtà estranee al proprio contesto di provenienza, ma soprattutto di poter scoprire la propria vocazione, il proprio posto nel mondo. Maidatchevsky, che ha un background da biologo e da regista di documentari per canali come National Geographic, BBC e Discovery, non perde occasione per mostrare quelle che sono le sue qualità da film-maker “immerso” nella natura, sia che si tratti di riprendere i volti degli animali coinvolti, sia che si tratti di realizzare dei campi lunghi e lunghissimi nell’area della catena montuosa dei Vosgi Francesi.
La natura di cui si parla nel film non è solo quella legata alla flora e alla fauna, ma è anche e soprattutto quella relativa alla dimensione a cui appartengono, rispettivamente, un animale come Rroû, o un essere umano come Clémence: dal momento in cui entrambi mettono piede nella casa in montagna dei genitori della bambina, inizia quel percorso alla scoperta di sé stessi che porterà i due protagonisti dell’opera a superare le proprie paure (sia per la natura selvaggia, che per la rottura del triangolo familiare), e a riconoscere il giusto contesto di appartenenza, superando tutte le (comprensibili) resistenze da parte di Clémence alla separazione tra i due.
Il film sembra quindi voler insistere su questo punto, invitando così anche tutti i genitori dei piccoli spettatori a cui l’opera sembra essere destinata, a riflettere insieme su quei cambiamenti che la vita ci impone e spesso così difficili da accettare.
Daniele Schina