L’angolo di Michele Anselmi

Neanche una nota di musica, neppure sui titoli di coda; una drammaturgia lucida e incalzante, realistica e simbolica allo stesso tempo, solo a prima vista da “Un giorno in pretura”; attori poco noti in Italia ma capaci di “indossare” gli anni Settanta senza sembrare camuffati; una fotografia livida e l’azione che si svolge quasi per intero, a parte due brevi parentesi, nell’aula di un tribunale. Tra i tanti titoli che escono giovedì 23 maggio nelle sale c’è “Il caso Goldman” di Cédric Kahn, distribuito da Movies Inspired, e spero che il pubblico voglia prestare attenzione alla proposta del 57enne cineasta francese. I film processuali sono un genere per niente facile da maneggiare: piacciono di solito quelli americani, per le dinamiche psicologiche che innescano, ma vi assicuro che “Il caso Goldman”, nel suo estremo rigore di stile, non è da meno.
Storia vera. Pierre Goldman fu un militante di estrema sinistra la cui vicenda processuale molto riempì le cronache francesi a metà dei Settanta. Ebreo di origine polacca nato in Francia nel 1944, Goldman si rese responsabile, tra il 1969 e il 1970, di almeno quattro rapine a mano armata, una delle quali finita tragicamente con la morte di due farmaciste. Il “rivoluzionario”, cresciuto nel culto di Casto e Guevara, si professò colpevole per quattro di esse, ma negò recisamente di aver partecipato a quella del 19 dicembre 1969, siglata dal duplice omicidio. La condanna all’ergastolo arrivò nel 1974, ma due anni dopo, nell’aprile 1976, si celebrò ad Amiens un secondo processo, ed è da qui che prende le mosse il film di Kahn.
Naturalmente viene da pensare al “nostro” Cesare Battisti, condannato a 12 anni in primo grado per banda armata, poi evaso dal carcere e successivamente condannato in contumacia all’ergastolo per quattro omicidi (oggi sta scontando la pena in Italia). Ma bisogna riconoscere che Pierre Goldman giganteggia nel confronto, anche umano, col terrorista italiano; e comunque al termine di quel serrato processo, durato pochi giorni, il militante fu assolto dall’accusa di aver ucciso le farmaciste. Di lì a poco, avendo già scontato sei anni di carcere, venne liberato per buona condotta, ma nel 1979 sarebbe stato ammazzato da un gruppo paramilitare di estrema destra.
“Volevo essere un guerriero ebreo” scandisce l’imputato a un certo punto, omaggiando il padre polacco eroe della Resistenza francese, presente in aula; le radici israelitiche molto contano nella vicenda, anche in una chiave ideale, nel senso che disegnano un passato complesso e tormentato, infine utilizzato con abilità dall’avvocato difensore, l’ebreo Georges Kiejman, anche se tra i due non corre buon sangue.
Un po’ alla volta si precisa l’immagine dell’attivista: ex depresso, curato con l’elettroshock, disertore, volato in Venezuela per praticare la lotta armata, sarcastico verso il Maggio francese, velleitario e spendaccione, ma deciso ad affermare la propria verità ingaggiando una sfida rischiosa nei confronti della Polizia, considerata “razzista e fascista”. E intanto, nel “teatro” processuale, le prove che lo inchiodano cominciano a vacillare, qualche dubbio si fa strada nella testa dei giurati, mentre in platea l’intellettuale Régis Debray e decine di militanti fanno rumorosamente il tifo per lui.
Fu l’amico e scrittore Jean Genet a suggerire a Goldman di scrivere in carcere una sorta di autobiografia intitolata “Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia” (Bompiani): e quel libro, a suo modo un atto d’accusa nei confronti dell’antisemitismo francese e insieme una dichiarazione d’affetto nei confronti della comunità antillana, torna come motivo di fondo in questo film severo, che non prova neanche un po’ a rendere simpatico l’imputato, anzi. “Lei è diventato il beniamino dell’élite parigina che si eccita pateticamente sulle sue malefatte” puntano il dito contro di lui; ma c’è anche chi tira in ballo Dostoevskij per spiegare la temperie spirituale, tra coerenza, fanatismo e schizofrenia, dell’imputato.
Arieh Worthalter è perfetto, per atteggiamenti e furore, nell’incarnare Goldman, non a caso ha vinto un premio César per questa interpretazione; ma non sono da meno i numerosi interpreti ingaggiati dal regista, a partire da Arthur Harari e Stéphan Guérin-Tillié, nei panni rispettivamente di Kiejman e del presidente del tribunale. Inutile dire che se lo trovate in francese coi sottotitoli, be’ è tutta un’altra cosa.

Michele Anselmi