Negli ultimi anni abbiamo assistito a una proliferazione, nell’industria culturale, delle narrazioni appartenenti al filone del true crime, dove i racconti di alcune delle vicende più macabre di cronaca nera prendono forma sotto la veste di film, serie televisive o podcast.
In questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, fuori concorso, il regista belga Fabrice Du Welz (autore di horror quali “Calvaire” e “Vinyan”) decide di affrontare anch’esso una storia di true crime, che riguarda nello specifico la vicenda del “Mostro di Marcinelle”, un serial killer pedofilo che sconvolse l’opinione pubblica belga negli anni ’90.
Ad affrontare le indagini in prima linea troviamo il giovane gendarme Paul Chartier (Anthony Bajon): deciso e determinato nella sua caccia all’assassino, ma anche goffo e impacciato nella sua vita da padre e marito della amata Jeanne (Alba Gaïa Bellugi), una ragazza di origini italiane.
Date le premesse per la costruzione del racconto ci si potrebbe aspettare un film dall’alto contenuto di scene violente e splatter (a cui Du Welz ci ha abituato nel corso degli anni), ma il cineasta belga sembra invece più attento alla descrizione del tessuto sociale in cui la storia ha luogo, pur mantenendo in certi frangenti quell’atmosfera particolare di marciume che lo caratterizza.
Ed è proprio questo marciume, in “Maldoror”, il fattore principale che pervade tutti gli strati della società: partendo dai sudici furfantelli di quartiere fino ad arrivare alle alte sfere della politica, della magistratura e della polizia, non c’è un singolo individuo che riesce a salvarsi, tant’è vero che il povero Paul non può far altro che girare a vuoto nelle sue indagini venendo per giunta ostacolato dai suoi stessi superiori.
La confusione e la cattiva comunicazione tra i tre corpi di polizia belgi (Gendarmeria, Polizia Giudiziaria e Polizia Comunale) risultano quindi essere i bersagli dell’accusa di Du Welz, che non rinuncia a dei piccoli siparietti comici quando si tratta di sbeffeggiare le forze dell’ordine, colpevoli di aver permesso al serial killer di abusare e di uccidere indisturbato le giovani vittime del suo massacro.
Appare quindi evidente che in questo paesino della campagna belga ricolmo di figure mostruose, deformi e bestiali, gli unici individui che conservano ancora in sé delle briciole di umanità siano proprio Paul e i suoi parenti/amici, sui quali Du Welz ripone maggiormente l’attenzione della macchina da presa, quasi a voler riprendere e salvaguardare quel poco di innocenza e genuinità che sono rimaste nel Belgio rurale.
Daniele Schina