L’angolo di Michele Anselmi 

Non è un caso se nella versione in inglese di “La Sposa!” il personaggio incarnato da Jessie Buckley, uno dei tre, ripete spesso, scandendo bene le parole, il motto: «I would prefer not to» (da noi solitamente tradotto «Preferirei di no»). Proprio come lo scrivano Bartleby del romanzo ottocentesco di Herman Melville, da sempre considerato un inno all’autodeterminazione, un invito a non conformarsi alla maggioranza, un messaggio di quieta ribellione. Ma il medesimo personaggio femminile urla per due volte anche «Me too», e direi che a quel punto il concetto risulterà ancora più chiaro.
Oggi, giovedì 5 marzo, esce con Warner Bros nelle sale il secondo film da regista dell’attrice 48enne Maggie Gyllenhaal, il primo era “La figlia oscura” del 2021; e se lì era il romanzo di Elena Ferrante a ispirare la trasposizione, qui è “La moglie di Frankenstein” di James Whale, 1935, a fornire un modello cinematografico dal quale distaccarsi quasi subito, non fosse altro perché l’azione si sposta nell’America del 1936, prima a Chicago, poi a New York e in vari Stati. Naturalmente si possono nutrire dubbi sul senso di questi cine-revival, dal “Frankenstein” di Guillermo del Toro al “Dracula” di Luc Besson, e sono certo, o quasi, che “La Sposa!” non piacerà ai cultori dell’originale; mentre io trovo che Gyllenhaal, pure sceneggiatrice, abbia compiuto un’operazione interessante, dando per molti versi voce alla “moglie di Frankenstein”, piuttosto silenziosa e poco presente nel film di Whale, nonostante quel titolo.
Anche per questo tutte e tre le donne interpretate dall’irlandese Buckley, ormai una star dopo la sua toccante prova in “Hamnet”, sono così faconde e impetuose, quasi ferine, parlano a mitraglia, assecondando una sorta di doloroso flusso di coscienza, giocando con verbi e sinonimi, come per riprendersi una parola a lungo negata dagli uomini. La lingua tagliata. Anche così si spiega quel punto esclamativo nel titolo: «Se sei una donna del 1936 che muore senza essersi mai espressa, quando torni indietro hai un arretrato enorme di cose da dire e, quando finalmente escono, be’ escono con un punto esclamativo attaccato» ha spiegato la regista.
Si comincia in bianco e nero, con la scrittrice Mary Shelley in primissimo piano che, un po’ come nel vecchio film di Whale, annuncia un seguito terrorizzante, anzi molto di più, per paradosso: una storia d’amore. Subito si passa al colore e siamo, appunto, nella Chicago del ’36, in un club posseduto dal boss mafioso Vito Lupino: in un tavolo tiene banco Ida, una giovane donna bella, sboccata e sensuale, molto su di giri, destinata di lì a poco a fare una brutta fine, come se il suo destino scaturisse direttamente dalla fantasia della scrittrice morta per un tumore al cervello.
A Chicago approda anche “il mostro di Frankenstein”, nato oltre un secolo prima in Svizzera, repellente proprio come vuole l’iconografia, ma le sue carni appaiono ancora più straziate, purulente. La Creatura desidera una moglie, un affetto, un corpo femminile, e solo la dottoressa Euphronious, forse, potrà riempire quel buco nero, quel senso di assoluta solitudine. Come? Recuperando il corpo appena sotterrato di Ida per ridarle vita e fiato, perché diventi, appunto, la moglie di quell’uomo disperato, anzi «una fottutissima sposa»: dai capelli biondo platino resi come elettrici e da curiose macchie nere accanto alla bocca.
Un colorito spirito proto-femminista attraversa il film. Mischiando lo spunto orrorifico vittoriano con gli inseguimenti rurali alla Bonnie & Clyde e l’eleganza smaltata dei musical in stile Fred Astaire/Ginger Rogers, la regista reinventa la fuga dei due reietti restituiti alla vita, un po’ alla volta capaci di amarsi e di godersi a vicenda, pure di rispettarsi.. E intanto un po’ dovunque lo stigma – quelle macchie nere sul viso – diventa il simbolo di una rivolta femminile, anche violenta, al suono del bizzarro slogan «Attacco cerebrale!».
Schematico? Un po’ sì, certo. “La Sposa!” è uno di quei film che, se lo prendi storto, possono irritare, perché ricolmo di citazioni, omaggi, strizzatine d’occhio, balletti sfrenati a sfondo sessuale, affondi maschilisti, battute sarcastiche e salti logici. A me invece non dispiace, pure nel suo registro eccessivo. Mai guardato l’orologio nel corso dei quasi 130 minuti, anche perché i due attori protagonisti, appunto una survoltata Jessie Buckley e un Christian Bale sepolto sotto chili di trucco, riescono a infondere un palpito romantico alla grottesca sarabanda, anche un senso alla cine-sinestesia cercata dalla regista.
Costato 80 milioni di dollari, “La Sposa!” sfodera un cast di pregio anche nelle parti di secondo piano ma non troppo: da Annette Bening a Penélope Cruz, da Peter Sarsgaard a Jake Gyllenhaal, fratello della regista. Dando uno sguardo al trailer italiano, mi pare di poter dire che il doppiaggio sia onesto. Ma vi assicuro che le voci originali di Buckley e Bale sono tutta un’altra cosa.

Michele Anselmi