Teatro Olimpico, Roma, 2 marzo. Tra i grandi nomi del cantautorato italiano una voce finora forse troppo sottovalutata è stata quella di Eugenio Finardi. Adesso grazie al tour con cui sta girando l’Italia, approdato lunedì 2 marzo al Teatro Olimpico di Roma con una scaletta comprendente i grandi successi insieme ai pezzi del suo recente album Tutto, possiamo finalmente riscoprirne e riapprezzarne il valore.
La parola cantautore non va usata a caso perché se la maestria musicale del compositore Finardi era già nota ai più, a lasciare il segno questa volta sono soprattutto i testi delle sue canzoni. Nel 2007 avevo già avuto modo di ammirare la sua ricerca linguistica in occasione di uno spettacolo da lui tenuto a Città Studi a Milano, dove aveva interpretato le traduzioni in musica di poesie dell’autore russo Vladimir Vysotsky.
Forse la chiave con cui meglio apprezzare la serata romana del 2 marzo sta nel confronto intergenerazionale. Un Eugenio Finardi sorridente e in forma si è fatto accompagnare da musicisti giovani e ha instaurato un dialogo con le nuove generazioni tanto che sono proprio i brani più recenti a raccontarci il tentativo sincero di un veterano di tante battaglie di cimentarsi con un mondo che cambia. È innegabile che chi è cresciuto con il repertorio di Finardi non ha potuto non commuoversi nel riascoltare i vecchi cavalli di battaglia dal vivo. A me personalmente è successo con “Non è nel cuore”, ad altri di sicuro è successo con pezzi diversi, ma quello che colpisce è la rivisitazione talvolta ironica che Finardi fa del suo passato. L’incipit di “Futuro”, tratta da Tutto, ci comunica che finalmente si è capito che non sono gli extraterrestri che ci verranno a salvare, riferimento alla sua precedente e celeberrima “Extraterrestre”. È questo gioco tra passato presente e futuro che più ha conquistato il pubblico romano. Il finale del concerto è stato toccante con il ricordo accalorato di Ivan Graziani e una versione molto sentita di “Musica ribelle”, ma è stato anche divertente quando Finardi ha cantato i versi dedicati “alle strofe languide di tutti quei cantanti / con le facce da bambini e i loro cuori infranti”. Come non pensare alle strofe languide di alcuni trapper nostrani, e non solo, di cui non faremo i nomi?
È stato altrettanto divertente vedere Finardi omaggiare Bob Marley e tutte le donne in una versione improvvisata di “No Woman No Cry” con la sua splendida voce e il suo splendido inglese. Mi è parso inoltre di cogliere una certa sensibilità di Finardi nel captare l’animo femminile nell’esecuzione di “Un uomo” che in realtà è una canzone rivolta a una donna e alle sue aspettative. L’autore sembra calarsi a perfezione nell’universo femminile. Finardi ha confessato al pubblico di essere molto orgoglioso di quel testo ma poi ha avuto l’umiltà di ammettere che, a dirla tutta, non lo ha propriamente scritto lui perché le parole di “Un uomo” gli sono venute in uno stato di trance.
In tutto questo dialogo intergenerazionale che è un po’ la cifra stilistica dell’ultimo Finardi non mancano le canzoni dedicate ai figli. Ce ne ha fatta ascoltare una di tanti anni fa dedicata al figlio appena nato. Ma poi, cosa che i compositori fanno di rado, ci ha proposto un altro pezzo più recente dedicato a suo figlio quando quest’ultimo aveva già superato i trent’anni in cui ovviamente si può riscontrare un approccio più maturo, perché le dinamiche tra genitori e figli necessariamente cambiano con il passare del tempo.
Marco Zoppas