L’angolo di Michele Anselmi
Occhio al contenuto del biglietto che Ethan Hunt riceve dalla presidente degli Stati Uniti, chiuso in una busta sigillata con la ceralacca: dice «22 maggio 1996». Quel giorno, lo segnalo ai patiti, uscì negli Stati Uniti “Mission: Impossible” di Brian De Palma, il primo di una lunga serie che dovrebbe trovare ora, con “The Final Reckonig”, l’ultimo capitolo. Passato in anteprima a Cannes e da oggi nelle sale italiane con Eagle Pictures, questo ottavo episodio è davvero divertente, spumeggiante, fantasioso. Niente a che fare con il precedente “The Dead Reckoning”, sempre scritto, diretto e coprodotto da Christopher McQuarrie, che m’era parso stiracchiato e loffio, inutilmente costruito attorno a quel ridicolo inseguimento nel centro storico di Roma. Qui la storia torna a girare, benché sia un “seguito” dell’altro, con l’agente dell’Imf sempre alle prese con l’Entità, un prodigioso e devastante parassita digitale che sta per provocare la fine del mondo agendo sugli arsenali nucleari degli otto Paesi militarmente più potenti.
Breve riassunto: il settimo episodio si chiudeva mostrando la carcassa negli abissi del sottomarino russo “Sevastopol”, affondato da un proprio siluro, in maniera apparentemente inspiegabile, nel 2012. Tutto porta lì, bisogna entrare ad ogni costo in quel sommergibile per recuperare, attraverso la famosa chiave cruciforme, una scatoletta, detta “Podkova”, capace di annullare il pervasivo potere dell’Entità se combinata con una chiavetta speciale.
Durando il film circa 170 minuti, ne accadono di cose, naturalmente in una chiave esagerata e inverosimile, ma stavolta tutto funziona meglio, a suo modo più realistico, anche nelle rodomontate che il 62enne Tom Cruise orchestra sullo schermo, usando il meno possibile la controfigura, come vuole la leggenda.
Naturalmente torna la frase più toccante: «Viviamo e moriamo nell’ombra… per chi ci sta a cuore e per chi non ci conoscerà mai»; e in effetti qualcuno della squadra non ce la farà, ma nel finale londinese il nuovo team sembra pronto a tornare in azione, se gli incassi del kolossal saranno buoni. Nel frattempo Cruise ha annunciato il terzo “Top Gun” e in rete gli sfottò si sprecano (lui con i capelli bianchi). D’altro canto, un po’ come accadde a Sylvester Stallone, è dura mollare le serie di successo, i cosiddetti “franchise”, per provare a fare qualcosa di nuovo e diverso, specie se la tua immagine è ormai solo legata ai film d’azione. Ed è un peccato perché Cruise ha dimostrato di essere versatile e cangiante.
Se la prima parte di “The Final Reckoning” (significa più o meno “la resa dei conti”) è leggermente farraginosa, dovendo riassumere i fatti ed evocare un fanatico Culto Apocalittico congegnato dall’insidiosa Entità, quasi subito il film prende quota con trovate niente male e dialoghi non peregrini. Poi, certo, ci sono due sequenze fantastiche, una in fondo al Mare di Bering e una nei cieli del Sudafrica, e ti chiedi come accidenti abbiano fatto, al di là dei soldi spesi, oltre 300 milioni di dollari.
In ottima forma fisica, Cruise comincia ad accusare qualche ruga sul viso, ma i capelli più lunghi gli stanno bene, e fanno simpatia i suoi sodali: l’ex ladra Grace (Hayley Atwell), i consueti Luther e Benji (Ving Rhames e Simon Pegg), l’ex killer Paris (Pom Klementieff); mentre il cattivo da sconfiggere è sempre Gabriel, il temibile emissario dell’Entità (Esai Morales).
Nella ripartizione dei ruoli, ci sono personaggi di ogni etnia, anche un’audace moglie inuit che non parla una parola d’inglese, e direi che il messaggio antibellicista, per quanto generico, sia apprezzabile.
Io l’ho visto oggi al Barberini, in versione originale con i sottotitoli: devo dire che non ho mai guardato l’orologio. Poi so benissimo che filmoni come questi sono sottratti, per definizione, all’influsso della critica.
Domanda: c’è qualcosa di dolce tra Ethan e Grace? Una scena dentro una strana camera iperbarica in mezzo ai ghiacci sembra autorizzarlo.
Michele Anselmi